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Claudio di Piancavallo


Una vita diversa




di Sissa Melogli




È un signore non molto alto, con i capelli bianchi e la fronte spaziosa. Parla con la r rotolante dei francesi. Sorride molto, nonostante la pandemia e la neve dello scorso inverno.

Ha cominciato a lavorare giovanissimo facendo tanta gavetta e a un certo punto è diventato proprietario di un grande negozio di rosticceria in corso Vercelli a Milano. Aveva talmente successo che ne aprì un altro in Corso di Porta Genova. Se aveva bisogno di un elettricista, telefonava e il tecnico arrivava risolvendo il problema.


Ma dopo molti, molti anni, nel 1996, con i suoi due figli, Marco e Laura, ha lasciato il lustro della metropoli per trasferirsi a Piancavallo, dove solo la rugiada o la brina luccicano.

Ora è proprietario di una baita a due piani, su un lato coperta da vecchi sci.

Ci si arriva a piedi per una stradina stretta che porta ad una terrazza affacciata su una valle verdissima e quasi selvaggia al di là della quale appare il Monte Rosa stupendo.


Il piano superiore della baita è anche negozio di bigiotteria dove si possono acquistare le creazioni di Laura ma è soprattutto un bar,decorato con decine di mazze da hockey, e una sorta di piccolissima casa editrice: si vendono a pochi centesimi il foglio le fotocopie di due filastrocche in rima scritte a mano dai ricoverati del vicino ospedale e una catena di S. Antonio obsoleta, mi piace pensare che sia la prima di tutte.

Al piano inferiore c’è la sala da pranzo e la cucina. La baita è una trattoria dove solo a mezzogiorno si possono apprezzare i semplici e gustosi piatti di un menù di montagna.


Le pareti sono tappezzate da centinaia di ritratti di animali disegnati proprio da Claudio con una bic.

Claudio disegna animali, montagne, paesaggi, cappelli da alpino. Ritrae tigri, ippopotami, tartarughe, scimmie, gufi e civette, aquile, gatti, lupi e c’è un bassotto con una espressione astuta, un gorilla curioso, un micio tenerissimo, un orsetto hippie che mastica un fiore con aria scanzonata …

C’è una intera parete dedicata alle aquile e sulla porta che va alle scale c’è un grande foglio con gli studi sugli occhi di lupo.

Nessun segno a matita, nessuna cancellazione, Gli basta osservare l’immagine e la mette sulla carta di getto con una penna biro. Ha iniziato a disegnare da ragazzo utilizzando il carboncino. I suoi soggetti erano velieri, navi antiche galee sorretti da grandi onde ma quando ha sentito l’esigenza di cambiare genere si è reso conto che il carboncino non gli permetteva di fare le sfumature come avrebbe voluto. Così in tutta semplicità ha preso in mano una bic…

Non vende i suoi disegni. Li regala.


Claudio ama di tanto in tanto buttar giù qualche pensiero. Alla sera se non è stanco si mette alla scrivania e scrive con la sua biro, “la sua compagna”, che gli permette “di rendere visibile il pensiero”. Se durante la rilettura sente di dover correggere qualcosa, aggiunge una virgola, trasforma una “e” in una “a” o infila qua e là piccoli segni. Se invece sente di dover modificare una frase intera, cestina il foglio, in attesa di poter acchiappare dall'aria, meglio detto dalla sua anima, la “versione definitiva”.


I suoi brevi racconti parlano con immagini fortemente evocative: c’è “un quasi buio e freddo”, ci sono gli spaventi, c’è la timidezza di sua madre, c’è l’odore di zolfo, la fatica, l’energia del cioccolato, c’è un fischio solidale, la luce del tramonto … Ecco la storia di una scalata (Salire verso il cielo)“È poco più dell’alba. Ho lasciato la città dove vivo nella notte e mi sto inerpicando […] Eccomi con le mani sulla roccia e con lo sguardo a cercare la via, altri sono saliti prima di me e gli occhi assurdamente cercano una traccia come se si trattasse di un sentiero dove calpestando l’erba resta un segno […] Mi accompagna nei movimenti il tintinnio di alcuni chiodi da roccia che per sicurezza ho portato con me insieme a trenta metri di corda, che non servono ad altro che ad appesantirmi […].


Non riesco ad aggiungere altro. Sono sopraffatta da questa immagine: chiodi da roccia portati inutilmente che rallegrano e la corda portata per dare un senso ai chiodi che appesantisce mentre si sale verso il cielo.

Ovunque.

Grazie Claudio.

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