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DIO, PATRIA E BASTA RETORICA !

di Roberto Brivio e Stefano Golfari


Un vaccino antivirale che funzioni? Il Roberto Brivio: perché lo sfottò è sempre salutare. A seguire due canzoni dei Gufi e uno scritto del "Cantamacabro" che (e ti pareva...) esercita il suo sberleffo anche sul Green






Non solo di Covid, anche di retorica si può morire e ci siamo quasi. Gente, nei giorni più feroci della crisi, nei giorni in cui la grande falciatrice tornava a mietere vittime come in un incubo medioevale, nei giorni della sfilata dei carri militari pieni di bare a Bergamo, nei giorni della tempesta perfetta, sì: tutti ci siamo stretti a coorte del tricolore nazionale, del bicolore milanese (bianco e rosso) e del monocolore lombardo (color Salvini... verde Lega o blu Italia in base al meteo). Suonavano le trombe del Giudizio, e anche a noi cinici il cordiale della pietas patriottica ha fatto bene, non c'era altra cura. Ma appena la politica ha ripreso un po' vigore, fra appelli roboanti che pretendevano solo e soltanto scroscianti applausi, pronta obbedienza e silenzio tombale sulle tombe di nonno e nonna che due settimane prima stavano in piena salute… be’, sapete com’è... la dose di prosopopea quotidiana è cresciuta oltre il bisogno medico: è divenuta tossico, è divenuta vizio. E non smette più. Orsù: prima che sviluppi pericolosa dipendenza, corriamo a disintossicarci. Come? Con tre bei ceffoni in faccia, una compilation di schiaffazzi come si usava nel secolo scorso (narrant) in una leggendaria comunità di recupero molto vicina ad ambienti altolocati. Noi però cerchiamo una mano più popolare, e nel contempo leggera, raffinata. Cioè? Una mano da chef dello schiaffo, alla milanese s’intende, e… c’è. Tel chì, gufus in fabula: Roberto Brivio. Forse il più ardito surrealista che la storia della canzone meneghina ricordi (o dovrebbe ricordare di più, e meglio): l’unico, questo è sicuro, che ha osato far ridere il pubblico pagante cantando di funerali e cimiteri. Oh, a pensarci, di questi tempi vien voglia di consegnargli il Nobel. Come noto, la fase più luminosa della carriera del leggendario “Cantamacabro” è legata ad altri tre geniali artisti (il genius loci fu Milano) con i quali nel 1964 fondò I GUFI: Nanni Svampa, Lino Patruno e Gianni Magni. I quattro, in calzamaglia nera e bombetta, rapaci notturni della Milano che non c’è più (quella dell’Intra’s Derby Club e dei tanti teatri di quartiere) inventarono, praticamente da zero, il Cabaret Italiano. Dunque patriottici sì. Ma retorici no. Assolutamente no. Leggansi, a riprova, i due brillanti testi che pubblichiamo. Sono, appunto, i due salutari ceffoni a cui si accennava prima, due classici del repertorio dei Gufi: “NON SPINGETE, SCAPPIAMO ANCHE NOI”, testo di Luigi Lunari (scomparso lo scorso agosto, altra gravissima perdita per la migliore Milano) il quale nel 1968 firmò, con lo stesso titolo, una piece teatrale antimilitarista che fece epoca. Quell’attacco, però, “non spingete, scappiamo anche noi/alla pelle teniam come voi” torna quanto mai utile oggidì. Tenetelo sotto mano. Poi porgete l’altra guancia a “QUESTA DEMOCRAZIA” scritta da Mario Pogliotti dei Cantacronache, la primissima esperienza cantautorale italiana di ispirazione politica. Politico-sarcastica, nel caso. Ma e vorremmo dire purtroppo, quello smercio di libertà minime (puoi correre senza mascherina) con rimbambimento incorporato è questione da discutere di nuovo, e in fretta. Consigliamo uno smartworking: ripassare il repertorio dei GUFI (essenziale anche l’impatto visivo: trovate parecchie cose belle online, negli archivi RAI e in quelli di Antenna3). Infine, attenti al Gufo: per non smentire la sua sardonica attitudine alle carezze di carta vetrata, Roberto Brivio ci ha dedicato un testo che, pensa te, ci sfotte alla grandissima. Proprio sull’Ambiente. Che dire, dovevamo aspettarcelo: ci facciamo la figura dei pirla ma, anche per noi, un giro anti-retorico è salutare. E poi, dopo 60 anni di palcoscenico, quello lì può permettersi di tutto. Anche di gufare...



NON SPINGETE SCAPPIAMO ANCHE NOI


di Luigi Lunari, 1968

Non spingete, scappiamo anche noi!

Alla pelle teniam come voi

Meglio esser becchi e figli di boia

Che far l’eroe per casa Savoia

E Muzio Scevola abitava a Roma

Era nipote di Romolo e Remo

Io sono di Forlì ma non sono mica scemo

Le braccia mie le adopero per abbracciare te

Oh sì sì, Maria, Marì

Dagli occhi azzurri e dai capelli neri

Vo’ vivere con te senza pensieri

E bim e bum e bom

Senza il rombo del cannon

Non spingete, scappiamo anche noi!

Alla pelle teniam come voi

Meglio esser becchi e figli di boia

Che far l'eroe per casa Savoia

E Pietro Micca è saltato in aria

Per salvare la Fiat di Torino:

Io invece sono all’Alfa ma non sono cretino

E i salti miei li faccio su un letto insieme a te

Oh sì sì, Maria, Mari

Dagli occhi azzurri e dai capelli neri

Vo' vivere con te senza pensieri

E bim e bum e bom

Senza il rombo del cannon

Non spingete, scappiamo anche noi!

Alla pelle teniam come voi

Meglio esser becchi e figli di boia

Che far l’eroe per casa Savoia

E Pier Capponi con il batacchio

Svegliava tutti a suon di campane

Io suono la chitarra non sono un salame

E adopero il batacchio

Per scampanare te

Oh sì sì, Maria, Marì

Dagli occhi azzurri e dai capelli neri

Vo' vivere con te senza pensieri

E bim e bum e bom

Senza il rombo del cannon


QUESTA DEMOCRAZIA


di Mario Pogliotti, 1964

Ammesso e non concesso

che l’italiano medio è un poco fesso

è democratico, ma è un gran pericolo

lasciar permettere troppe libertà.

Abbiam la libertà

di esporre i panni al vento

nell’ore consentite

dal regolamento

Abbiam la libertà

di attraversare i viali

fruendo delle strisce pedonali.

D’appenderci sui tram

al mancorrente

di scendere e salire

ripetutamente.

Di far firmare il padre

o chi ne fa le veci

ed innalzare al cielo

laudi e preci.

Eppoi la libertà,

dove la mettiamo

d’emettere un assegno,

di sporgere reclamo,

d’evadere le pratiche

emarginare i codici

estendere le analisi

estinguere i depositi?

Ammesso e non concesso

che l’italiano medio è un poco fesso

dovete credere è un gran pericolo

lasciar permettere troppe libertà.

La libertà di sesso

di mistificazione

d’accattonaggio

di supposizione.

La libertà di moto

e, questo ci conforta,

la libertà di palpo e manomorta.

La libertà di fumo

la libertà d’ingresso

quella d’affermare

«c’accà nisciuno è fesso!»

Di stendere verbali

spedire contrassegno,

la libertà di nuoto

e tiro a segno.

D’emettere cambiali

condurre cani sciolti

di tutelar minori capovolti.

Di battere primati

di catturare vermi

di far votare suore, frati e infermi.

Ammesso e non concesso

che l’italiano medio è un poco fesso

è democratico, ma è un gran pericolo

lasciar permettere troppe libertà.

E non abbiam parlato

di libertà di stampa

la carta ed i caratteri

nessun vi mette zampa.

E poi la libertà cosiddetta di pensiero:

poter pensare un gatto od un veliero!

La libertà di sogno: sognare donne nude

D’andare in aeroplano alle Bermude,

eppoi la libertà che a queste s’accompagna

è di salir lassù sulla montagna.

E là in questa Italia

che al rosso dei vulcani

accosta il verde degli ippocastani

e il magico candore delle sue nevi annali

che cosa ci consentono

le autorità centrali?

La libertà più bella

potete qui trovare

è quella di ...sciare

sciare sciare sciaaareee !




AMBIENTE COSA?


di Roberto Brivio




Leggi in on comunicaa dell’editrice “La civiltà dell’Acqua”: la testada giornalistica “Milano Ambiente” l’ha insubì ona noeuva identità e la cultura ambientalistica milanesa la torna in di edicola. Per vess venduda a… chi la compra, che gionti mi. Pardon. Sono abituato a scrivere in milanese tre volte la settimana su Il Giorno. Non penso più in italiano ma in dialetto. Non preoccupatevi. Su Milano Ambiente scriverò in italiano. Benché l’ambientazione, trattandosi della Città Metropolitana che ha sostituito la Provincia solo a parole giacché in pratica fa più o meno le stesse cose, possa accettare l’elegante dialetto dei nostri nonni, possibili milanesi puri da sette generazioni o anche di milanesi ariosi del secolo scorso. Cos’è Ambiente? Rifiuti? Energia? Ambientalismo? Verde? Architettura? Strade pulite? Facciate? Armonia? Da dove comincia e dove finisce? E nel tempo del Corona virus, l’ambiente è quello della casa? E se esci per una spesa alimentare o altre necessità impellenti è dove ti dirigi? È ambiente lo spazio dei cestini portarifiuti vuoti e il terreno attorno pieno di cartacce e di ruera ovvero spazzatura? È ambiente anche il cielo dei giorni del contagio terso come non mai per via del traffico assente? O i prati verdi e senza cartacce ai bordi? No, senza deiezioni dei cani, no. Ci sono, eccome. Ma la colpa non è degli animali. È dei padroni che non raccolgono, malgrado ordinanze convalidate da chi è succeduto alla giunta comunale che ha pubblicato l’ordine per la prima volta. È ambiente mantenere le distanze di sicurezza? E se si percorre lo stesso marciapiede, magari stretto, è cedere il passo, buttandosi frettolosamente di lato o fare come Fra’ Cristoforo alias Lodovico nel famoso duello manzoniano che lo vede protagonista di un omicidio non voluto? Mi ha detto uno dei miei nipoti, il più informato in virtù dei suoi quindici anni, che in certi incontri, dove non è possibile stare al canonico metro, in assenza di guanti, e dovendo pigiare bottoni, toccare maniglie, sorreggersi a un corrimano, in attesa di una salutare lavanda alle mani, basta non passarle in faccia, in testa e tenere le dita lontane dagli occhi, dal naso, dalla bocca. L’ambiente è quello davanti a un Bancomat? È ambiente l’uso di Amuchina più che sui vestiti o sulla frutta anche sulle banconote? Mi hanno detto che è ambiente la fila davanti ai supermercati, le fontanelle di acqua con il becco a faccia di drago, con l’acqua che non scende o ne scende un filo. Fanno ambiente gli alberi disseminati un po’ dovunque per la città, le aiuole dove solitamente giocano i bambini, le panchine dove dovrebbero sedere gli anziani ma spesso sono dormeuse per barboni che frugano nei portarifiuti alla ricerca di cibo per non dover fare la doccia nei posti ove lo distribuiscono gratis, cotto, profumato e invitante. È forse il computer pieno di informazioni, di enciclopedie, di canzoni, di notizie (usato in questi giorni da milioni di utenti per cui ti trovi buttato fuori all’improvviso), che ti sbatte sotto gli occhi pubblicità su pubblicità (li chiamano banner) incurante della privacy della quale tutti si riempiono la bocca ma è tanto privacy che ha rivelato il tuo indirizzo elettronico a ditte, società, marchi, prodotti, immagini inquinanti, esasperanti invadenti, incontrollabili, insopportabili: offerte continue di pillole per dimagrire, per prolungare parti del corpo, amuleti per guarigioni, propagandati da sedicenti Dulcamara, che si espongono con nomi e cognomi fasulli, luminari di Università lontane e dalle quali non si potranno mai avere riscontri. È ambiente quello fotografico, da alto disegno (oggi se non dici disaign sei ridicolo), da alta sartoria chiamata oggi con il nome pomposo di stilismo; sarti e sarte che hanno cominciato col cucire asole e finiscono, grazie al loro genio-ingegno con il comprare palazzi salvando immobiliari sull’orlo del fallimento. È ambiente quello degli interni, dai quadri alle suppellettili, dai mobili alle ricoperture, dai pavimenti al colore delle pareti, dai muri perimetrali alle continue soluzioni abitative costruite con cartongessi estrosi, dalle cucine eterne per modo di dire, ai bagni con sanitari progettati a misura d’uomo. È ambiente quello dei negozi boutique che appagano l’occhio e che frustano il portafoglio, quello dello spettacolo sovvenzionato che piange miseria anche se è stato premiato dal cosiddetto biglietto d’oro per il maggior incasso nella stagione, quello dei film che malgrado gli incassi miseri continuano a trovare produttori pronti a rischiare ciò che non possono rischiare per introitare soldi dallo stato, delle televisioni pronte a mandare in onda l’inutile piuttosto che investire in cose nuove, anche se piene di rischio per la cosiddetta audience, ma che toglierebbero al pubblico un po’di quiz, di x factor, di serie violente, di trasmissioni quasi uguali su almeno dieci reti. È ambiente quello finanziario, quello delle banche, la vera mafia casalinga, forse mondiale, che fanno dei depositi ciò che vogliono tanto se li perdono lo stato le salva sempre. È ambiente quello degli approfittatori che sfruttano ogni situazione speculando sulla vendita di prodotti, dalle mascherine alle mascherone, dagli alimenti, ai detergenti, astringenti, autopulenti, assorbenti, reagenti, disinfettanti, coagulanti, medicinanti, e corrispondenti che costano poco o nienti. È ambiente Italia quello degli incazzati che ce l’hanno con tutti i govèrnici, i politicici, i partitici, creando colpe, prendendo di mira i potenti, i complottanti, i potentanti, gl’impotenti, i nullafacenti, i decisionenti, gli attivistienti, gli illusionistienti. Se fai, non hai fatto. Se hai fatto, cosa hai fatto! Se non fai, hai fatto male… ma perché non hai fatto, se hai fatto? È ambiente il senso del dovere. Alcuni ce l’hanno, molti no. Molti vivono come inventano i favolisti. Esopo, dice: È facile essere coraggiosi stando a distanza di sicurezza. È la pernacchia di Sordi al gruppo di lavoratori. È tenere concioni nei bar pontificando in politica o nello sport, è lo stare dietro a un computer a digitare, è stare a rischio negli ospedali, è vivere nelle guerre, nelle calamità, è combattere con il rischio di venire travolti da un destino che non doveva accelerare i tempi di morte. È ambiente quello dei Welfare che non hanno provveduto ai rifornimenti di materiale di protezione in questa ultima kermesse traumatica. Ospedali che mancano di tamponi, di tute sterili, di mascherine, di ossigeno, di guanti, di calzari. È ambiente lo sciacallaggio? la pavidità, l’assenza di sacrificio per gli altri? È ambiente infine la città. Non quella descritta dalle guide turistiche ma quella che spesso si presenta ai nostri occhi. La Milano che non è Peck, fatta da cittadini maleducati, prepotenti, arroganti, dispotici, tracotanti, violenti, con l’abuso irrefrenabile, abitudinario. La città delle bottiglie di birra e di vino lasciate sui marciapiedi vuote a metà, dai mille manifesti che ti offrono prestiti facili, dai mille dentisti che curano il tuo sorriso, dalle mille finanziarie che ti offrono costi zero e poi praticano interessi da lupo. I comuni che danno sanzioni da strozzinaggio. Politici che dicono di agire per il bene della gente, di rimettere il paese in movimento, di cambiare il cambiamento. Un politichese adottato da qualsiasi opposizione che accusa, chi opposizione non è, di fare niente, sostenendo di essere il verbo. Una Milano-ambiente marzulliana che pone domande da ragioneria, che come i ragionieri studia il modo di ragionare, non ragiona e vuole aver ragione; che analizza come ci si comporta e scopre che non ci si comporta; un ambiente che permette agli sporcamuri chiamati pomposamente writers, di insozzare case, scuole, monumenti, carrozze tramviarie, metropolitane, treni, saracinesche, vetrate, con giornali che pubblicano interviste dando loro considerazione. Ma cosa c’entra l’ambiente, l’ambientalismo? C’entra perché qualsiasi sia il risultato anche a Milano si trova il tempo per far cultura. E il primo segno è dato da questo mensile che permette di parlar male anche dell’argomento per cui è nato, lo ripeto: l’ambiente, l’ambientalismo.


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