Search

MANIFESTO DEL NUOVO PAESAGGIO

L'ambiente che circonda le nostre vite va, ora, completamente ridiscusso





di Mario Allodi, Andrea Marziani, Barbara Perini


Questa situazione emergenziale ha, se non altro, lo scopo di farci riflettere sulle nostre vite e su quello di cui ci occupiamo professionalmente. Nel nostro caso, il paesaggio.

Posto che il paesaggio non è il panorama (bensì un sistema di interconnessioni complesse, legate alla cultura e all’identità storica dei luoghi in cui l’uomo ha il suo ruolo dirompente), proprio l’emergenza sanitaria, ci deve far immaginare nuove prospettive e dar vita a nuove considerazioni sul nostro comportamento.

È ormai stradetto da tutti che l’innalzamento anomalo della temperatura del pianeta è alla base di questi fenomeni emergenziali che colpiscono l’uomo. Il sentimento di compassione per il numero inaccettabile di perdite umane, non deve oscurare il nostro pensiero razionale e la preoccupazione che dovrebbe derivarne, in merito al continuo aumento di temperature in Artide e Antartide, perché fa presagire ben più gravi cataclismi.

In merito all’elevazione delle temperature planetarie, la gestione dei luoghi ha giocato e gioca un ruolo preponderante. E continuerà a farlo.

Se, come scrivono alcuni, in questa fase 2 di “ripresa”, proprio per ridare impulso al mercato (unico parametro considerato), si utilizzeranno ancora metodologie economiche, il problema planetario peggiorerà irreversibilmente.

La svolta “verde”, di cui si è tanto parlato, dovrebbe essere il vero volano della ripartenza, ma non crediamo davvero che lo sarà. I figuri che si occupano delle scelte politiche, disinteressati ad abbracciare visioni programmatiche più lunghe del loro mandato, continueranno a lavorare sulla base di un modello economico, che sebbene ipotizzato da tecnici illustri, ha determinato la rovina economica ed ambientale in cui siamo coinvolti.

Tornando alla gestione del territorio, il pensiero sul paesaggio risulta essere centrale. Per questo, ci permettiamo di porre una serie di riflessioni per punti. Considerazioni attraverso le quali, partendo dall’osservazione del paesaggio attuale, si tenta di prefigurare gli scenari futuri, prioritaria occupazione e preoccupazione del paesaggista.


Il paesaggio delle distanze


L’emergenza ha generato fra le persone l’esigenza di nuove distanze e queste si protrarranno anche dopo l’emergenza, costringendoci a immaginare a nuovi paesaggi in cui, il distanziamento sociale, genererà obtorto collo nuovi paesaggi fatti anche di “vuoti”.


Il Paesaggio dell’economia di mercato


È il paesaggio attuale e che conosciamo meglio e di cui, consapevolmente alcuni, inconsapevolmente altri, godiamo i benefici (pochi) e subiamo le difficoltà. Suburbi e periferie stracolme hanno marginalizzato milioni di persone e in Italia questi conglomerati cementizio-umani sono il luogo in cui prospera malavita e disagio sociale. Pessimi paesaggi generano pessime persone. Abbiamo un’occasione, ripensare i luoghi e i progetti rifiutandoci di restare aggrappati a quell’idea di mercato (tenuta artificialmente in vita nel polmone d’acciaio degli studiosi sopracitati); bisognerà finalmente convincersi che la rigenerazione e il progetto di vaste aree urbane oggi condannate alla marginalità e al degrado, necessitano di risorse adeguate per garantire il rispetto dei bisogni primari di chi le abita; risorse da non rubricare quale mera spesa (come la logica di mercato vorrebbe), bensì un fondamentale investimento a contrasto dei costi economici che il malessere sociale porta con sé (riscopriamo, dando spazio ai migliori talenti capaci di questa visione, la lungimiranza di figure come Otto Wagner e Walter Gropius con la scuola del Bauhaus nella progettazione degli insediamenti urbani “popolari”)… del resto, come diceva Robert Kennedy,“il Pil non misura la felicità dei popoli”. Come non può più essere il Pil il metro di giudizio della qualità dei luoghi.


Il paesaggio confinato


La malattia ci ha confermato che i confini politici non arginano i virus. I confini politici sono linee immaginarie disegnate anacronisticamente da politici speculatori. Il virus ci ha dimostrato, semmai, che manca a livello internazionale unicità nelle questioni di interesse collettivo.


Il paesaggio de-globale


È necessaria una nuova visione della globalizzazione che quell’idea di economia ha delocalizzato e de-prodotto, con il triste risultato di farci cogliere i limiti di questo modello organizzativo.

L’elevato livello di industrializzazione delle filiere produttive nell’agro-alimentare, ad esempio, oltre all’intrinseca inefficienza economica (si pensi alla quantità di risorse primarie – acqua e terra – che si “bruciano” per produrre 1kg di carne), espongono la produzione a consistenti rischi di diffusione di patologie e di aggressione di organismi parassitari su vasta scala, a cui si fa fronte con un sempre più massiccio ricorso a trattamenti chimici, nocivi per la salute. A tale modello produttivo andrà opposto un progressivo sostegno allo sviluppo della biodiversità, quale chiave di una pedagogia tesa alla valorizzazione del gusto e della sostenibilità, per la crescita di una nuova generazione di consumatori consapevoli; biodiversità delle colture che è anche la principale strategia di difesa dai fattori patogeni che insidiano le produzioni massive. A fronte di un incremento dei costi al consumo si svilupperanno una maggior consapevolezza nei confronti degli sprechi (qualità vs quantità) e la capacità di apprezzare la varietà di produzioni derivanti dal patrimonio genetico delle specie autoctone vegetali e animali. Non ultimo, si potrà cercare di riequilibrare il comparto produttivo, mitigando la pervasività della grande distribuzione (che detta legge nella formazione dei prezzi), diversificando le produzioni e permettendo ai piccoli imprenditori, marginalizzati dall’attuale sistema, di rientrare in partita puntando sulla qualità.

Qualche avvisaglia, in epoca recente, c’è già stata. La riscoperta di filiere minori, di sementi locali e di sapienze agrarie e manifatturiere ci ha fatto presagire che può esistere un nuovo modo per relazionarsi con il tutto.

Si tratta di ipotizzare una nuova organizzazione, non gerarchica e non globale, dove possano convivere decine di modelli organizzativi, capaci di prevedere rinascite. I modelli devono essere circolari e non piramidali, come quelli maggiormente diffusi in cui uno o pochi possono portare le masse alla loro estinzione.

Esistono interessanti esempi di modelli organizzativi alternativi, per esempio, quello dei Pellerossa. Nel Sud America l’uomo bianco ha annientato tutte le civiltà presenti perché queste erano organizzate gerarchicamente intorno ad un capo; nel Nord America, al contrario, questa operazione non è riuscita, perché le tribù indiane erano organizzate in maniera tale da prevedere comunque la rinascita, sebbene in un diverso punto del territorio proprio perché la loro organizzazione non era gerarchizzata.


Il paesaggio del silenzio e della lentezza


Stare a casa ha portato alla nostra attenzione i piccoli rumori, i silenzi con i quali non siamo abituati a convivere nei nostri conglomerati urbani e ci ha consentito di riscoprire la lentezza del pane fatto in casa, paradigma di piccoli e accessibili piaceri che la frenesia e il “moto continuo” necessariamente impediscono. Il silenzio e il tempo sono valori imprescindibili per l’uomo e per il pianeta. Dobbiamo imparare a considerare il silenzio non più come assenza “di”, ma come occasione “per” e il tempo non come una perdita di qualcosa, ma come la sua riconquista.

Il paesaggio della relazione. Le nostre relazioni muteranno, saremo più insicuri e impauriti, forse, diffidenti rispetto al buon senso dell’altro. Il “fuori da casa” sarà il luogo della mancanza di controllo. Torneremo a credere, come gli uomini primitivi, che la parte sommitale delle montagne è il luogo sicuro. La pianura, dove vivono molti essere umani è pericolosa. Potrebbe essere l’occasione per rivedere ripopolata, in modo intelligente e con la forza del lavoro, la nostra orografia.


Il paesaggio del lavoro


L’emergenza ha fatto esplodere il telelavoro. Una modalità lavorativa intramoenia, che riducendo gli spostamenti, impatterà meno sull’inquinamento, ma che ci farà avere orizzonti brevissimi. Credibilmente il telelavoro amplierà la sua portata, forse generando anche nuovi tempi per il lavoro e nuovi paesaggi ad esso correlati. Si evidenzierà anche quanto lavoro effimero portiamo avanti, lavoro contenitore, privo spesso di contenuti. Che sia questa l’occasione per avere il tempo di dedicarci alla sostanza?

Paesaggio e Stato. L’economia di libero mercato (spesso ammantata di ipocrisia, come nel caso del sistema sanitario lombardo, che nel beneficiare in egual misura pubblico e privato, evoca i piani quinquennali di memoria “comunista”) ha generato i paesaggi a noi ben noti, in tutti i settori. Lo Stato dovrà riprendere il suo ruolo, tutti invocheranno più Stato.

Sarà l’occasione per fare politiche di ampio respiro in tutti i settori, con le sostanze economiche frutto del gettito fiscale. Sarebbe auspicabile il riordino della relazione fra pubblico e privato, evitando che il primo debba subire in posizione di svantaggio la concorrenza del secondo.

Mai come in situazione di grave crisi globale, lo sguardo preoccupato dei cittadini e delle imprese si rivolge allo Stato, quale ultima e decisiva istanza capace di caricarsi sulle spalle il fardello di tutti; questo ruolo salvifico non può più essere esercitato a costo di alcuni e non di altri; lo Stato dovrà necessariamente riprendersi un ruolo di regia, in ciò legittimato dalle troppe volte in cui si è assistito alla privatizzazione dei vantaggi e alla socializzazione degli oneri. Le risorse derivanti della fiscalità generale devono quindi restare nella disponibilità del soggetto pubblico che, in più occasioni, si è rivelato in grado di proporre modelli di eccellenza (scuole di ogni ordine, ospedali, ecc.) È paradossale, che in nome della tanto celebrata sussidiarietà (cui anche la componente politica “progressista” ha abdicato), si cedano alla logica del profitto - ragione d’esistere dell’impresa privata - settori per i quali deve essere costituzionalmente garantita la massima qualità ad ogni cittadino: scuola, formazione e sanità.

La ripresa di un ruolo centrale da parte dello Stato sarà anche un’invocazione collettiva. Sarà l’occasione per fare politiche di respiro in tutti i settori, visto che, come sempre, i soldi sono i nostri. Una nuova gestione del territorio (per esempio considerando tutte le aree montane e sub montane in totale abbandono e spesso di proprietà privata ma in totale diseconomia), un pensiero sul sistema infrastrutturale (servono davvero tutte queste nuove strade? Le abbiamo ipotizzate e saremo in grado di gestirle?)


Il paesaggio degli interstizi


La tutela e la cura dei luoghi fanno la differenza anche in termini igienici e quindi sanitari. Un territorio ed un paesaggio accudito anche negli interstizi e negli spazi residuali genera luoghi salubri fisicamente e mentalmente. Ci dovremo occupare di moltissimi brandelli di paesaggio, spazi ad oggi non gestiti che invece dovranno trovare una progettazione ed una cura.


Il paesaggio del giardino privato


Spazi pubblici e spazi privati avranno ruoli nuovi. Lo spazio privato potrebbe trovare una nuova configurazione, a patto che i progettisti siano capaci di pensarlo e progettarlo e sarà vissuto come un’estensione della casa (e quindi sicuro) filtro con il paesaggio e con il mondo esterno poco controllabile.

Lo spazio pubblico, invece, sarà sovraccaricato di necessità emerse con il Covid-19 e sarà sempre più percepito come zona franca, sicuro dai contagi, necessario all’attività fisica degli adulti e ricreativa dei bambini, alla socializzazione degli anziani, ma anche punto di ritrovo degli adolescenti. La sua salubrità e la sua gratuità ne faranno il luogo prediletto in moltissime occasioni.

Parchi, giardini, giardinetti sono, probabilmente, l’unico spazio “costruito” che non ha controindicazioni e se anche fosse poco frequentato, assolverebbe pur sempre alla sua funzione primaria, quella di polmone verde.


Paesaggio e scuola


Per concludere, ci preme riprendere il ruolo della scuola, e in prospettiva del lavoro, come veri snodi per il cambiamento.

Le nuove generazioni si formano li dentro, nella scuola. Sarà necessario ripensare ad una scuola che esca dagli specialismi e che continua a castrare le curiosità trasversali.

È necessario spostare il modello educativo delle nuove generazioni dall’idea che la competenza si generi quasi esclusivamente sulla nozione e sul contenuto disciplinare. Per prima cosa devono essere valorizzati gli stili cognitivi dei ragazzi nati nella contemporaneità, immersi in un ambiente iperconnesso e portati antropologicamente a stabilire relazioni fra dominii; a loro deve essere insegnato a muoversi nella complessità come paradigma per la lettura della realtà, in quanto cittadini prima ancora che professionisti nel lavoro. Troppo spesso l’opinione pubblica è facile preda della semplificazione operata dal discorso politico. Per far ciò si potrà attingere al repertorio di best pratice che studiosi e docenti hanno negli ultimi decenni prodotto e sperimentato sul campo in diverse realtà scolastiche: operare per obiettivi e per processi (e attraverso questi ultimi risalire e rintracciare il senso delle regole e delle “materie”), padroneggiare una quantità essenziale di contenuti disciplinari puntando sulla capacità metodologica di reperirli quando servono, saper cooperare, saper costruire un ruolo per ciascuno valorizzando le diverse qualità soggettive, saper situare la parte in un “tutto” e, soprattutto, ripensare una didattica capace di assegnare senso e significato a quello che si studia e che si fa, ecc.

Anche il modello di sapere universitario dovrà piegarsi verso una prospettiva di trasformazione e ristrutturazione dei percorsi monodisciplinari verso ambiti pluridisciplinari e trasversali. Nel segmento formativo più proiettato verso attività ad alto contenuto intellettuale e scientifico, è necessario inaugurare questo cambiamento; difficilmente, al contrario, professioni come quella del paesaggista, sorta di “regista” di competenze e risorse di natura diversificata, potranno pensarsi in grado di approcciare la complessità. Diversamente, come nel caso della specializzazione medica talvolta accada che si affronti la cura del corpo come somma di singole parti in sé conchiuse (il singolo organo umano), si penserà di “curare” la singola oasi territoriale disgiunta dal contesto con il risultato che il pianeta, come il paziente, non sopravviva all’operazione.

Per quanto riguarda il lavoro la sfida che ci aspetta ne genererà molto, se lo vorremo vedere, lavoro che oggi non guardiamo perché esce dalla logica del profitto. Non saranno sempre lavori nobilissimi e concettuali ma con ampi spazi di libertà, lavori che dovranno occuparsi di un pianeta gravemente malato, di un paesaggio distrutto e di aree naturali sventrate, sempre per il maggior profitto di pochi.

Questi nuovi lavori devono mettere in riga anche imprenditori ed industriali che cambiano i loro modelli lavorativi orientandoli sempre ai dividendi propri e degli azionisti. Si dovrà fare impresa all’interno di regole definite da uno Stato che oggi viene interpellato soltanto quando servono soldi pubblici per coprire fallimenti gestionali (non crediamo vi sia bisogno di esempi). Lo Stato non dovrà chiedere, come un qualsiasi concorrente, il permesso ad una economia pseudo libera e di mercato; dovrà dare gli indirizzi, le linee di azione per il benessere collettivo e del pianeta.


150 views

Recent Posts

See All