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IL NUOVO MONDO



di Roberto Rainoldi


Premetto che questa è solo la mia opinione e solo la mia speranza, non ho volutamente condiviso con il resto della brigata di MilanoAmbiente le mie riflessioni, d’altronde tutti sono troppo spaventati o annichiliti dalle attuali vicende. Credo che mai come ora si possano valutare gli uomini che si sono posti da soli al comando (da troppi anni non è dato a noi di scegliere il personale politico), siamo in una scala non più misurabile da tanto sono inconsistenti e privi di senno. Valutare poi il dopo secondo i canoni della sola politica rappresentativa diventa difficile e, forse, controproducente. Ma andiamo con ordine: siete convinti che il vaccino fermerà e curerà tutti gli infermi? Siete sicuri che il costrutto della società rimarrà saldamente in piedi, denaro che fa denaro anche virtuale? Siete certi che la scienza con la S maiuscola risolverà tutti i problemi?


Francamente non mi azzardo a dare risposte d’impeto, come a volte è mia consuetudine, vorrei però tracciare due percorsi, il primo ci riporta, come nel giro dell’oca, al punto di partenza: pochi ricchi e la solita marea di poveri, il secondo muta invece decisamente i fattori: la piramide si invertirà e saremo una marea, forse, di eguali e basta.


Ma andiamo con ordine, da sempre mi dicono che il saggio statista vede lontano e programma per le future generazioni e che questo non accada da molto tempo è lapalissiano. Vedo infatti che, pur di fronte ad un evento epocale, le richieste dei più vanno nella direzione del passato, al primo posto la salute (foglia di fico) e subito dopo la conservazione del denaro (per chi ce l’ha). Per quanto riguarda la salute farei dei distinguo, non tutto è stato eguale per tutti, dei ricchi del Paese si sa solo che, chi in un modo, chi in un altro, hanno fatto perdere le tracce, si sono premurati di avere il tampone, farlo e poi… Chissà che cosa avranno combinato le famiglie ignobili d’Italia, parlo degli Agnelli, dei Benetton, dei Pirelli; dei Ferrero, dei Berlusconi, dei Del Vecchio e di tutti gli altri che detengono, in pochi, tre quarti della ricchezza del Paese, comodi nelle retrovie hanno al solito riposato, chi da sempre altrove o all'estero, in viaggio e sempre in magnifiche magioni.

25, 50, 100, 200 miliardi di euro (cifre faticose da scrivere) da stampare a debito per rifinanziare l’economia nostrana. Soldi a pioggia per la pletora di lavoratori (oculatamente e in modo discrezionale e, prima, rigorosamente ai loro amici) e il grosso per tutta la macchina produttiva e di servizi, cioè ancora soldi per chi fa girare questa economia. Rimane però il debito, dicono che il debito deve essere garantito dallo Stato, che farlo non è un delitto. Se quindi non è un delitto riempirsi di debiti mi chiedo chi mai li pagherà visto che, sic stantibus rebus, non riusciamo a pagare già il pregresso. Tutto perché la macchina non si inceppi, anche negli altri Paesi del mondo si preparano a conservare il solo regno del denaro.


L’occasione comunque è davanti a tutte le donne e agli uomini di buona volontà e quindi vorrei avanzare un “piano B”, una alternativa praticabile e, forse, poco costosa, la cui quantificazione lascio al periodo agostano. Mi preme sapere che ne pensate, voi pochi miei lettori. Se il “piano A” sarà sviluppato da una “seria commissione statale” all'uopo preposta che valuterà i ben 540 progetti pervenuti, cosa che non dubito, il “piano B” si svilupperà, spero, anche attraverso la collaborazione di amici o conoscenti stanchi di rincorrere la solita competizione sull'accumulo di denaro.


Il “Piano B”

Parto dal presupposto che un solo percorso, per di più già visto, potrebbe non produrre gli effetti sperati, troppe sono le variabili, quindi propongo di destinare alcune delle risorse (poche invero), prese a debito, per varare il più grande esodo dalle città abbinato ad una piena e concreta riconversione ambientale dalla fine della seconda guerra mondiale, il piano sarà volontario e a saturazione dei luoghi da ripopolare.

Come per la distribuzione delle terre incolte della riforma agraria del 1950 e la bonifica dell’agro Pontino di pre e fascista memoria, si chiederà agli inurbati disponibili di trasferirsi in pianura, in collina e in montagna, nella miriade di valli spopolate delle Alpi e degli Appennini, con obiettivi e priorità ben definiti e condivisi.

Tre sono stati i miei ispiratori: Paolo Ermani, Carlos Moreno e Murray Bookcin, due ancora tra noi e Bookcin che ci ha lasciato nel 2006. Il primo, Ermani, da sempre volge l’attenzione al ripopolamento dei piccoli borghi spopolati e di valli e montagne; il secondo, Moreno, pone il problema di un nuovo modello di vita proponendo la “città dei 15 minuti”: il luogo delle distanze ravvicinate per fruire di servizi e di ogni altra necessità; il terzo, Bookcin, pone l’ecologia sociale quale fondamento del nuovo vivere collettivo, disse infatti “Non credo che si possa giungere a un equilibrio tra umanità e natura se non si trova un nuovo equilibrio – basato sulla libertà dal dominio e dalla gerarchia – in seno alla società”.

Da almeno 5 lustri ho sposato il viver quieto della campagna, lo stare fuori dai giochi mi ha permesso di osservare e vivere il degrado del Paese fuori dalla città e dai divertimentifici al suo servizio.


L’infezione ha evidenziato i limiti del vivere ammassati e inurbati e le prossime mutazioni e peregrinazioni del virus e dei nuovi in arrivo possono, verosimilmente, dare un colpo mortale all'economia del solo consumo. Destinare quindi una piccola somma per fondare “enclavi” fuori dalle megalopoli consentirebbe di avere un’ancora di salvataggio e offrirebbe la possibilità di sperimentare sino in fondo un nuovo modello di partecipazione dal basso alle esperienze sociali e politiche che si manifesteranno in seno alle future e rinnovate comunità.


Il motore delle singole esperienze potrebbe essere la collettivizzazione delle risorse fondamentali: energia, acqua, sanità, scuola, casa, trasporti e produzione agro-alimentare. Queste saranno le fondamenta su cui erigere la nuova struttura sociale.

Si obietterà che il collettivismo sia già stato praticato e che, in fondo, abbia poi mutuato dal capitalismo le peggiori e inevitabili perversioni, d'altronde si dirà che la natura umana privilegia il personalismo con annessi e connessi, accumulazione del denaro compresa, rispondo che provare costa veramente poco.


Scendo nel concreto della proposta. Ermani ci ricorda che solo il 7% della popolazione vive ed occupa un terzo della superficie del Bel Paese e che proprio questi luoghi necessitano di attenzione e cura, pena il rovinoso degrado degli abitati e del territorio di pertinenza. Sviluppare progetti che raddoppino o triplichino la densità abitativa consentirebbe di attivare un’economia di sussistenza e il suo relativo mantenimento nel tempo: le enclavi hanno come obiettivo l’autosufficienza alimentare, la gestione comune dei servizi fondamentali e la eventuale produzione di necessità o di innovazione per il Paese.


Le azioni da porre in essere sono sostanzialmente tre ed ognuna risponde alle esigenze di questi tempi.


La prima definisce lo spazio fisico per fronteggiare la pandemia corrente e quelle future: una valle ha un’entrata e un’uscita e pochi valichi di accesso, è il luogo più facilmente controllabile; una via in pianura poco abitata consente di stabilire a priori l’organizzazione sanitaria più efficiente, il controllo dei trasporti e la connessione con le aree vicine ne possono garantire più facilmente la prevenzione e la contaminazione.


La seconda trova ragione nella riqualificazione degli abitati esistenti in abbandono o in disuso oltre che nella ristrutturazione delle vie di accesso e del territorio inselvatichito, in queste aree il coltivo e l’allevamento diventano d’obbligo sostenibili e di qualità, tutte le abitazioni possono facilmente divenire modello di risparmio energetico e di autoconsumo del surplus, stesso destino per tutte le strutture pubbliche e per le eventuali fabbriche che vi si insedieranno.


La terza prevede il riordino delle forme di rappresentanza politiche e sociali, ponendo il lavoro intellettuale e il lavoro manuale in simbiosi, favorendo così una nuova interdisciplinarità e conoscenza: tutti si faranno carpentieri, idraulici, muratori, elettricisti e contadini, che siano essi insegnanti, medici o ingegneri. È l’occasione per realizzare insieme ciò che lasceremo al futuro, infatti nel passato la realizzazione di opere eterne che fanno del nostro Paese il museo del mondo fu l’azione collettiva e ne sono prova le chiese e i palazzi che troviamo in ogni dove.


Parlo di volontarietà dell’azione poiché le attuali condizioni economiche costruite nel tempo consentono ai più di pensare all'eternità del dolce far niente, sostenuti da denari ricevuti senza lavorare e da strumenti tecnologici che hanno privato l’uomo del piacere di “fare” e godere di ciò che si è fatto, si somiglia sempre più a vespe piuttosto che ad api operose.


Dovendo iniziare da qualche luogo lascio agli altri la scelta, da parte mia ricordo valli vicine e lontane: la Val d’Enza o l’entroterra di Marche e Molise; la pianura abbandonata a ovest e a sud della mia Milano. La forma iniziale del progetto “enclave” deve necessariamente avere una primogenitura pubblica, controllata e controllabile dagli abitanti del luogo, una struttura organizzativa tale da rendere partecipi gli abitanti storici e coloro che si affiancheranno nel tempo, penso ad una azienda speciale consortile che preveda un consiglio di amministrazione partecipato sia dalla rappresentanza istituzionale che da una rappresentanza diretta della popolazione coinvolta.


È fondamentale organizzare un trasferimento che miri a raddoppiare (minimo) o triplicare gli abitanti delle aree da ripopolare e riqualificare, conservando come prioritario l’obiettivo di non sovraccaricarle, si dovrà stabilire il principio del minimo lavoro garantito cosicché ogni nuovo arrivato senta di partecipare ad un’esperienza senza precedenti.


Quindi passare dalle parole ai fatti con una modica spinta iniziale, dare alla famiglie che si spostano un contributo al lavoro su base annuale e un contributo alla riqualificazione di casa e territorio circostante, di soldi parleranno le popolazioni coinvolte, con la garanzia che ogni singolo euro verrà impiegato nella ristrutturazione/riqualificazione e nella sussistenza (cibo e abiti, studio e trasporti). Va da sé che i gruppi familiari potranno spostarsi anche con anziani pensionati al seguito, in forma o da accudire. Le case abbandonate o sfitte verranno requisite e distribuite affinché riacquistino vita e valore.


Un solo anno e un piccolo investimento possono generare i seguenti benefici:


moltiplicazione dell’economia reale derivante dal consumo in loco;


sviluppo di un sistema di trasporti collettivizzato per garantire all’utenza il percorso dei luoghi interessati dall'esperienza;


sistema dei servizi unico, dall'anagrafe alla raccolta dei rifiuti;


sistema sanitario territoriale, dal medico di base agli esami ambulatoriali (sangue, urine ecc.);


centro ospedaliero per comunità laddove i numeri consentano il reimpianto della struttura;

sistema di produzione agricola che risponda alla vocazione del territorio e delle sue eccellenze;


produzione industriale settoriale tale da privilegiare produzioni essenziali e completamente compatibili, dall'elettrodomestico destinato a durare nel tempo sino al più piccolo e utile utensile, comprese le opportunità delle nuove tecnologie sin qui offerte e da implementare.


Ovviamente l’elenco non è esaustivo e deve comprendere tutto ciò che l’uomo ha prodotto nel corso dei secoli con l’accortezza di non ricreare le condizioni di spreco energetico e inquinamento derivanti dal consumo di massa.


Che non mi si venga a dire che il progetto sta nel libro dei sogni, si dica piuttosto che è in conflitto con gli schemi economici dominanti, tanto il tempo comunque svuoterà le megalopoli (sta già succedendo) e l’economia così pensata durerà meno della prossima epidemia.


Post scriptum: sto lavorando alla creazione di un enclave in un territorio semi abbandonato e da ripopolare prossimo a Milano, 117 kmq contro i 181 di Milano e soli 35.600 abitanti contro il 1.400.000 della città, dodici piccoli centri che possono diventare un tutt'uno; cerco collaboratori istituzionali e non.


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