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LA CITTA' E L'ANIMA SELVAGGIA

di Francesco Bizzotto e Demetrio Fortugno



I virus (dal latino: veleno) sono entità biologiche abbondanti e parassite, ospiti di tutti gli ecosistemi. “organismi ai margini della vita”, si insediano in una cellula, con intenti bellicosi. Provocano le tragiche epidemie che accompagnano da sempre la crescita delle città. Molti aspetti ci sfuggono ma, ormai è chiaro: i virus rendono la biodiversità complessa e tremenda, da rispettare e temere.

Con la globalizzazione interessano ormai quasi tutti i 216 Paesi della terra. A oggi, in tre mesi, Covid-19 ha fatto 2,5 milioni di contagi (un terzo in Europa) e 150mila morti (due terzi in Europa). A fronte di megalopoli di 10, 20 milioni di abitanti protagoniste di intensi scambi globali, la relazione tra l’uomo e il virus è di fatto un’emergenza. Perché lo è? Come si caratterizza?

Le nostre attività stanno su una gamba sola, con poche regole formali e una prospettiva di crescita quantitativa senza limiti. Basate sul mito “Ricchezza e Tecnologia”, hanno scarsa attenzione all’altra gamba, alla qualità, al sapore (inscindibile dal sapere), alla saggezza, all’etica, alla virtù. L’aspetto materiale surclassa quello spirituale: che fallimento questa tradizione! Ma, a definirci sapiens è l’aspetto qualitativo, spirituale. Il problema è che senza saggezza e virtù (e dati i limiti delle risorse), il rischio implicato nella nostra esaltante e fredda potenza tecnica è sempre meno gestibile. È sempre meno un bel rischio. Ha scritto Jared Diamond in Crisi, come rinascono le nazioni (Einaudi, ‘19, p. 370 - 374):

“Il consumo medio pro capite di risorse (…) e i tassi di produzione medi pro capite di rifiuti (…) sono circa 32 volte più alti nel mondo avanzato che nei paesi in via di sviluppo”. Se tutti realizzano “il sogno di uno stile di vita da mondo avanzato (…) i tassi di consumo mondiale aumentano di ben 11 volte”. Agli attuali tassi di consumo “sarebbe come ritrovarsi all’improvviso con una popolazione totale di 80 miliardi di persone”.

Rischio è probabilità (consapevolezza, misura e decisione) ma, quello in cui siamo si configura come pericolo (sfuggente incertezza), ovvero come azzardo (tracotanza: agire smisurato, irresponsabile) o peggio come cigno nero (l’impensabile, incredibile, spiegabile solo a posteriori, fin che c’è un dopo).

Non ci sono più dubbi: la crescita quantitativa (scienza, tecnica e ragione) da sola non sta in piedi. Dobbiamo mettere giù anche l’altra gamba (la qualità, la saggezza, la virtù) e trovare un giusto equilibrio. Diversamente, se non sarà il pericolo dei virus, sarà un cigno nero (“effettive e ripetute catastrofi”, ha predetto Hans Jonas) a cambiare la prospettiva.

Una via (stretta) c’è, ce lo dice il Risk management. Possibilità e rischi viaggiano insieme: un foglio a due lati; una pagina in fiore (scoperta, creazione utile) e l’altra in ombra (danni, aspetti oscuri, conseguenze indesiderate). Le due facciate vanno gestite e processate insieme, non separatamente. Ora, siamo al limite: dietro a possibilità mirabolanti (le grandi città, i commerci, il 5G, l’Intelligenza artificiale, le biotecnologie), compaiono ombre tremende, rischi smisurati (cigni neri) che possono mutare il panorama e dar luogo a danni senza rimedio.

Andiamo alla radice del problema. Le pandemie dicono di un rapporto sbagliato dell’uomo con l’ambiente e gli altri viventi. Un tempo la concentrazione urbana insalubre, la sporcizia, i topi, erano segni di peste. Le attuali pandemie dimostrano che abbiamo toccato l’ambiente naturale nel suo intimo: la biodiversità.

La nostra fragilità va poi indagata nella prospettiva: se la mutazione dei virus avrà un crescendo di aggressività, può reggere una difesa basata sui vaccini (un rafforzamento dall’esterno degli anticorpi; fino a quando?) e sulla reazione, sulla cura ex post? Cosa c’è alla base del fenomeno virale? Se è l’ambiente che dobbiamo curare, da dove partire?

La nostra tesi. Va cambiato il modo di concepire e vivere le grandi città. Pensiamo a modelli policentrici. Le megalopoli di 10, 20 milioni di abitanti sono da riprogettare, anticipandole dove è possibile. Le città del futuro? La Lombardia, la Calabria. Insieme, nello stesso progetto, dobbiamo rimettere alla base, alle fondamenta, il settore primario: la terra, l’agricoltura, gli allevamenti, le foreste; in generale il rapporto con i viventi e la natura, fin negli anfratti. Preservare e rispettare la biodiversità, l’anima selvaggia del mondo, per prevenire pandemie e altro.

Mutuare la “resilienza” che caratterizza l’agricoltura e l’impresa agricola: da sempre hanno garantito un pronto e deciso rilancio, tradotto immediatamente in tenuta economica e sociale del settore e del territorio, anche in periodi di crisi e di difficoltà della nazione a ripartire, ad agganciare la ripresa.

La Fao ha denunciato che sull’agricoltura, che è a diretto contatto con la biodiversità e la può nutrire o saccheggiare ogni giorno, ha gravato quasi un quarto dei danni catastrofali dell’ultimo decennio, mentre le sono arrivati contributi di riparazione per meno del 5%. Segno di cecità e disattenzione colpevoli. Ora, non è più tempo di riparare ma di prevenire, anticipare: di investire sulla terra per rispettare e preservare la biodiversità.

L’agricoltura è luogo privilegiato di osservazione dei virus. Dall’agricoltura tradizionale, dai valori ancestrali del rapporto con la terra (forza, autodisciplina, solidarietà, agire riflessivo, attesa dei tempi giusti) può venire la cura ex ante, anticipatrice di fenomeni devastanti che possiamo intuire osservando, ad esempio, le spesso crudeli filiere del sistema produttivo alimentare. Quali valori? Ne citiamo due:

1. il ritmo, la velocità delle attività. Nel tempo del 5G (100 volte più veloce di questo computer) sembrerà strano parlare di lentezza, dell’agire pacato che cura e gusta ogni gesto e rispetta i tempi dei processi: è aspetto decisivo del Risk management. L’humus del pericolo (e dell’azzardo) è la velocità, la fretta, l’abituale fare e ascoltare più cose insieme (multitasking). Fanno perdere bellezza e sapore alle attività e alle cose. Sarà, al contrario, bello e istruttivo leggere e ispirarsi a un piano di gestione e al relativo documento di valutazione dei rischi di un’impresa agricola esemplare. E poi;

2. pensiamo a come abbiamo forzato la resa dei prodotti della terra. 40 anni fa un ettaro (10mila mq.) se ben lavorato e concimato a stallatico rendeva 40 quintali di cereali. Oggi anche il doppio, grazie alla selezione dei semi, ai diserbanti e ai concimi chimici. Come si spiega la crescita quantitativa? E la qualità? Cosa produrrà il mix delle innovazioni? Appaiono muffe e parassiti mai visti. I tecnici discutono e il filosofo ci ricorda che la crescita quantitativa, se si esagera, muta il paesaggio e si rovescia in disastri.

Ci siamo capiti. Progettiamo città estese, policentriche, di cui l’agricoltura e le foreste siano l’anima vitale. E ora immaginiamo la rete ferroviaria metropolitana veloce che unirà i centri urbani calabresi e mostrerà a frotte di turisti incantati l’antica e spesso selvaggia bellezza di questo territorio.

L’agricoltura, le foreste, l’allevamento, come polmoni delle città e ambiti di cura della biodiversità. Questa è la base che proponiamo per risalire la china del degrado ambientale che distrugge gli ecosistemi e sta mutando pericolosamente il clima e la quotidianità. Per ritrovare, con la salute dell’ambiente, un giusto rapporto tra noi umani e allo stesso tempo con animali, vegetali e virus. Ognuno al proprio posto.

Se sai cosa fare, come e quando farlo, hai in mano i piani. Puoi ripartire. L’agricoltura, con procedure applicate dalla notte dei tempi, ha sempre saputo rigenerarsi e rispondere agli eventi avversi, a volte appunto, i piani: il come e cosa fare; e il quando.


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