Search

PER DEI VERI STATI GENERALI




di Marco Morosini


Il “Piano Colao” (Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022”) e gli “Stati Generali dell’economia” celebrati dal governo Conte, forse non modificheranno la Storia. Ma stanno modificando la geografia. Il Tevere sembra più largo. L’Italia somiglia a un’isola. Mentre il tema dell’urgente transizione social-ecologica invocata da Papa Francesco con l’enciclica Laudato sì, domina la politica europea, esso è infatti quasi negletto a sud delle Alpi. L’Italia? Un’isola, ecologicamente separata dal continente.


Compariamo, per esempio, l’enciclica Laudato sì con il Piano Colao. Sono stati concepiti a un chilometro di distanza, ma le loro concezioni del progresso sono lontane tra loro e sono culturalmente separate da almeno mezzo secolo. Nella Laudato sì (193.) il Papa scrive che “è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo». E spiega bene che sta parlando di noi. Nel 1972 questa stessa necessità fu già espressa dalla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano (UNCHE, Stoccolma) e dal libro I limiti dello sviluppo (Massachusetts Institute of Technology). Quasi mezzo secolo dopo, invece, il Piano Colao, (come avvenuto negli Stati generali dell’economia) identifica «la crescita del Paese» con la crescita economica, deplora che “la crescita economica è da anni inferiore a quella delle grandi nazioni europee”, lamenta che la Pubblica Amministrazione «frena la crescita», afferma che «la parità di genere è fondamentale per la crescita».


Sia chiaro. Il ritorno ai livelli precedenti la pandemia di buona parte delle attività contabilizzate dal Prodotto Interno Lordo (PIL) è urgente. Quasi tutte le attività non potranno far altro che riprendere esattamente uguali a prima, pur essendo molte di esse nocive e non sostenibili. Si pensi per esempio al commercio dei combustibili fossili. La riforma social-ecologica delle nostre strutture e infrastrutture insostenibili e del nostro tenore di vita è lavoro per una generazione, non per un commando d’emergenza.

Tuttavia non possiamo passare decenni saltando trafelati da un’emergenza alla prossima, e non prendere mai il tempo per chiederci perché abbiamo costruito un sistema che è fatto solo di emergenze. Ecco, quel tempo per riflettere siamo stati costretti a prendercelo adesso. Profittiamone.


Vista l’urgenza umana ed economica (ossia, doppiamente umana), quasi tutto non potrà “ripartire” che come prima. Sarebbe più breve, quindi, formulare un elenco delle cose che non vogliamo far ripartire come prima. In secondo luogo, occorre un elenco delle attività che provvisoriamente aiuteremo a ripartire come erano prima, ma solo a condizione che si impegnino a ridurre rapidamente il loro impatto ecologico. In Francia, Germania e altri Paesi decine di miliardi di sovvenzioni alle industrie dei trasporti sono subordinati alla rapida riduzione dei loro impatti ecologici. Infine, e più importante di tutto, dobbiamo organizzare entro fine anno i dei veri e ben preparati “Stati generali” per formulare un piano di transizione social-ecologica. Questo deve diventa la priorità del Paese, ossia il quadro dentro al quale declinare tutte le azioni di governo e di società. Ancora esistiamo. Eppure sappiamo che questa transizione è impellente per evitare crisi e emergenze ben più gravi e irrimediabili di quella del coronavirus – per esempio la crisi dei danni prodotti alle persone e alla natura dal cambiamento climatico antropico.


Nel 2017 il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron nominò suo vice-primo Ministro (Secretaire d’État) Nicolas Hulot, la figura più autorevole della social-ecologia politica in Francia, il “Piero Angela verde” che ogni francese conosce e stima. Il suo primo atto fu di dare un nuovo nome all’ex-Ministero dell’ambiente: “Ministero per la transizione ecologica e solidale”. E’ sul nostro successo o fallimento nel realizzare questa transizione di civiltà che i nostri nipoti ci giudicheranno.


Fissarsi sulla crescita o la decrescita del PIL vuol dire mettere il carro davanti ai buoi. Il PIL è solo un numero, ed è molto fuorviante – come ammonì il suo inventore Simon Kuznets. Proviamo allora a partire dalle cose materiali che fanno il nostro bene e da quelle che fanno il nostro male. E vedremo solo alla fine cosa sarà del PIL.


Vediamo alcuni esempi. Se usassimo in prevalenza energia solare (che non costa niente) invece che petrolio, carbone e gas, sparirebbero dai conti economici nazionali quasi 100 miliardi di euro. Il PIL diminuirebbe. Ma dovremmo rammaricarcene? Se scompaiono dai nostri acquisti migliaia di tonnellate di carta di costose enciclopedie, perché invece usiamo gratuitamente Wikipedia, realizzata gratuitamente da decine di migliaia di autori dobbiamo lamentarci perché ciò fa scomparire nel mondo miliardi dal PIL? Se videotelefoniamo in internet fino in capo al mondo senza spendere direttamente denaro (come facevamo coi telefoni), dobbiamo deplorare che ciò faccia diminuire il PIL? Se accorte politiche pubbliche fanno diminuire (come in molti Paesi) patologie come il tabagismo, l’alcolismo, le ludopatie e la guida spericolata ecco che la diminuzione dei rispettivi danni e rimedi materiali, sanitari e sociali sottrarrà al PIL centinaia di miliardi. Davvero ci dispiace? Se uno stile di guida più economo (vedi ecodrive.ch) e limiti di velocità stradale più prudenti (due cose possibili domani, a costo zero) ci evitassero decine di migliaia di incidenti stradali e di bruciare il 30% dei carburanti, dovremmo davvero piangere le decine di miliardi sottratti al PIL? Se non riaprissimo più (lo si può fare domani, a costo zero) le decine di migliaia di macchinette d’azzardo disseminate ovunque in Italia, ma vietate in molti paesi, il PIL dimagrirebbe di miliardi. Sarebbe un male?



Mi dice un amico: “Avevo molta voglia di comprare una nuova automobile, perché la mia ha già sei anni e i nuovi modelli nelle réclame sono più attraenti. Ma ecco il confinamento. In due mesi la smania mi è passata. Se posso sopravvivere per due mesi senza comprare l’ultimo modello di automobile, perché non potrei vivere così per altri mesi? O per anni? La mia auto funziona bene, l’obsolescenza programmata dai costruttori è di dieci anni, mio papà viaggia con un'auto di venti anni. A Cuba tante auto che hanno più di sessant’anni brillano e viaggiano come nuove. Se un’auto di sessant’anni inorgoglisce un cubano, perché dovrei vergognarmi di un’auto di sei anni?


Ma allora, quale dovrebbe essere la durevolezza di un’automobile? Ci soccorrono i principi dell’economia circolare, caldeggiata tre volte nel Piano Colao. Il padre dell’economia circolare, Walther Stahel, fa un esempio concreto: l’automobile Toyota Corolla del 1969 che Stahel guida da mezzo secolo, che ha reso non necessaria la fabbricazione di quattro nuove automobili, e che suo figlio vuole continuare a guidare nei prossimi anni. Nel libro L’economia circolare per principianti (2019) Stahel scrive: Un’analisi delle spese totali lungo 30 anni di ciclo di vita della mia automobile indica che la quota di spese per la fabbricazione si riduce continuamente, mentre quella dei costi del lavoro di manutenzione aumenta dal 18% dopo dieci anni, al 34% dopo 20 anni e 48% dopo 30 anni; questa è una chiara sostituzione di manodopera locale a materiali e energia nella produzione globale. La macchina è ancora in uso, e ci si può̀ aspettare che la quota dei costi per la manodopera arriverà al 75% dei costi totali. Treni, navi, aerei, incrociatori, bombardieri sono fatti per durare almeno mezzo secolo. Il glorioso tram milanese “modello 1928” è in servizio da quasi un secolo. Saliteci. Sembra fatto ieri. Perché mai dovremmo cambiare l’automobile ogni cinque anni?





Il senso dell’economia circolare è di sostituire energia e materiali (che scarseggiano) con lavoro umano competente (che abbonda). Siccome i manufatti richiedono energia e materiali, la cui produzione genera danni ecologici, si tratta di concepire i manufatti in modo che durino il più a lungo possibile e che così diano il massimo servizio nel tempo col minor impiego di risorse. Ciò si ottiene grazie a una progettazione sapiente di prodotti modulari e ben riparabili (per esempio lo smartphone fairphone.com), grazie a una programmata e costante manutenzione (leggi: più manodopera), grazie al recupero e alla ri-manifattura di parti dismesse ma non usurate, e infine, solo in ultima istanza, grazie al recupero dei materiali grezzi per il loro down-cycling, ossia il “giù-ciclaggio” (perché un vero ri-ciclaggio in moto perpetuo non esiste).





Se riformassimo l’economia commerciando principalmente servizi (per esempio, chilometri) e producendo molti meno manufatti (per esempio, automobili) avremmo molti vantaggi: più occupazione, più cura per le cose (che saranno quindi progettate per essere belle e dar voglia di conservarle), meno consumo di energia e di materiali, meno inquinamento, niente pubblicità con la funzione di indurci a comprare sempre più cose che durano sempre di meno.


Con altri esempi come questi – provate a pensarci anche voi – si possono riempire libri. Molti, come me, lo fanno da cinquant’anni. Ma ora siamo nell’emergenza del coronavirus; non è questo il momento di pensare al futuro – dirà qualcuno. La priorità è non fare affondare la barca domani. Proprio ora, però, che i poteri pubblici sono costretti a prendere poderosamente in mano il timone, sarebbe imperdonabile accelerare la navigazione nella direzione sbagliata.





Nelle 2 immagini allegate:

1) Walter Stahel, Economia circolare per principianti, 2019, Edizioni Ambiente. p.114

2) Gli stessi dati, rappresentati da Stahel altrimenti


35 views

Recent Posts

See All