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PERCHE' I VERDI NON CI AZZECCANO?






di Pier Vito Antoniazzi


I Verdi tra passato e presente, oltre gli stereotipi


La domanda mi viene spesso rivolta personalmente, forse chi la pone si ricorda che di questa esperienza sono stato un pioniere. Primo eletto verde a Palazzo Marino nel 1985, primo assessore verde in una grande città nel 1987, (allora eravamo 4 in tutta Italia -oltre a me, Letizia Battaglia in giunta a Palermo con Orlando, Stefano Boato a Venezia, Alfonso Pecoraro a Salerno con il socialista Conte, prima giunta del dopoguerra senza la DC ), tanto che chi all’interno dei verdi avrebbe desiderato il nostro posto, ci definiva come “il partito degli assessori”.


Parlarne per me è doloroso, perché riapre vecchie ferite, sulle quali in questi anni ho preferito il silenzio.


Ho dedicato una decina di anni alla creazione di una forza politica verde autonoma. Dal 1984 (anno dell’incubazione delle “liste verdi”) al primo risultato elettorale (1985 elezione a Palazzo Marino), alla Fondazione della Federazione dei Verdi (Finale Ligure 16/11/86), all’esperienza di governo a Milano (giunta rosso-verde dicembre ‘87-luglio ‘90), alla defenestrazione da parte del mio stesso partito (elezioni ‘90), al ruolo di minoranza fino al 1995, quando ho deciso di prendermi un periodo “sabbatico” di distanza dalla politica che è durato fino al 2005.


Il disastro in politica dei Verdi italiani si deve a loro stessi e ha un nome principale: l’incapacità di produrre un pensiero, un’azione politica e un ceto dirigente autonomo.

La domanda ritorna spesso alla ribalta. Più o meno ogni volta che i Verdi hanno un successo elettorale in Europa. L’ha posta di recente Enrico Mentana al tg della Sette (Mentana che quando i verdi nascevano ed era vicedirettore del TG2, fine anni ’80, si guardava bene dal dare spazio). Sulla prima pagina del Corriere della Sera del 10 gennaio 2013 Aldo Cazzullo intitolò “La scomparsa degli ecologisti”, sostenendo non solo la scomparsa della rappresentanza in Italia ma addirittura dei temi ambientali dall’agenda politica.


Quasi a replicare, su Repubblica del 29 gennaio 2013, Gianni Valentini titolava “Nasce il cartello verde”: sette associazioni (WWF, Legambiente, Greenpeace, FAI, Pro Natura, Touring Club e Club Alpino Italiano) avevano predisposto una comune “Agenda Ambientalista” in 12 punti, da sottoporre a tutte le forze politiche.


L’iniziativa era sicuramente meritoria (nel documento si afferma che “non c’è un tempo per l’economia e un altro per l’ambiente: appartengono entrambi alla stessa dimensione sociale”) ma non si ricorda nessuna traccia politica lasciata. Le associazioni fanno azioni positive, fanno educazione, cercano un dialogo con l’economia, ma la politica è un’altra cosa. Purtroppo anche il tempo della politica ha le sue stagioni e su questo i Verdi italiani hanno perso molto terreno.


Sin dalle origini, la battaglia nel movimento era tra filoni “prepolitici” (protezionisti della natura, animalisti, pacifisti, boyscout, ecc.) e reduci da esperienze di sinistra extraparlamentare “rivoluzionaria” che vedevano nell' ecologismo la forma nuova della sinistra. All' inizio però fu facile “copiare” il modello tedesco che aveva avuto successo (burger initiativ). Una serie di eventi nazionali (metanolo, Farmoplant, …) e internazionali (Chernobil) avevano allargato il consenso di un movimento che sembrava anticipare la caduta del muro di Berlino (né di destra, né di sinistra diceva Langer) e con il suo 2,5 % alle politiche del 1987 sembrava l’unica forza nuova in un sistema bloccato da quarant’anni. Il massimo del risultato si ottenne alle Europee dell’89 dove i Verdi raggiunsero il 3,8% a cui sarebbe da aggiungere il 2,4% dei Verdi Arcobaleno (costituiti a maggio ‘89 per partecipare al voto a giugno!!!) che goderono di ampi sostegni televisivi e furono aiutati nella presentazione (ministro degli Interni Gava) dal sistema dei partiti (DC, PRI, PSI, PCI) nella speranza di danneggiare il consenso crescente ai Verdi (“Vedete? Sono già divisi!”). Furono 1.316.723 i voti dei Verdi e 830.980 quelli degli Arcobaleno: più di 2 milioni di voti, un risultato mai più raggiunto perché poi si stazionerà sul milione di voti fino alla débâcle delle Europee del ‘99 (548.987).


In realtà la decisione di un ceto politico gauchista di cavalcare il movimento verde (Capanna, Ronchi e l’allora radicale Rutelli consideravano i verdi dei naif da prendere per mano e guidare) andrà a saldarsi con un’ampia schiera di dirigenti verdi (Mattioli e Scalia per esempio) che da sempre consideravano l’ecologismo una variante moderna del marxismo e comunque non avrebbero mai inteso disturbare il “manovratore” (che allora era Occhetto, con i luogotenenti Veltroni e D’Alema).


Ma la vera eclissi dei Verdi (da loro stessi rimossa) è il 3 giugno 1990. In quella data 3 referendum su pesticidi e caccia pur avendo il 92% di voti favorevoli non raggiungono il quorum dei votanti fermandosi al 43%. È la prima volta nella storia italiana. La presunzione dei Verdi di “andare a vincere da soli” li porta ad una sconfitta epocale di cui non discutono nemmeno. Totale incapacità di fare alleanze sociali e politiche, dimostrazione pratica di impotenza e inefficacia.


Da questo momento i verdi non hanno più possibilità di dettare l’agenda politica (come era stato sul nucleare), non sono in grado di mettere veti o di essere centrali. Diventa inevitabile la scelta organizzativa dell’unificazione dei Verdi (Sole che Ride con Arcobaleno) e la nascita di un ennesimo partitino di sinistra che abbandona le pur tenui impronte federaliste delle origini. È il 9/12/1990 a Castrocaro. Poi ci sono stati Ripa di Meana (1993-1996), Luigi Manconi (1996-1999), Grazia Francescato (1999-2001) poi Pecoraro Scanio (2001/2008). Soprattutto, la politica italiana è andata altrove e i verdi non c’erano. Non una battaglia politica di interesse generale fatta. Non una identità riconoscibile.


Evidenzio tre punti cruciali della loro crisi.


Il primo: in un sistema che andava verso il leaderismo come forma di risposta alla crisi dei partiti, i verdi non hanno avuto un leader. E non ce l’hanno avuto per lotte intestine. Non hanno voluto riconoscere a Rutelli un ruolo di portavoce e quando decisero di accettare la forma del portavoce unico era ormai troppo tardi.


Il secondo: lo scoppio di Tangentopoli occupava la scena politica e “la questione morale” diventava la notte in cui tutte le vacche sono nere. Esistevano solo politici corrotti e i Verdi, nonostante non fossero coinvolti, non sono stati in grado neanche di proporsi come alternativa credibile; non rivendicano nemmeno la loro estraneità agli scandali.


Il terzo: l’affermazione del sistema maggioritario e bipolare, con l’univoco approdo dei Verdi nel campo del centrosinistra, crea un’inerzia per cui l’elezione è garantita al piccolo ceto politico di deputati e contorni attraverso l’alleanza anziché i contenuti e il radicamento. Così i Verdi divengono “il cespuglio sotto la quercia”, a cui qualche posto veniva sempre assicurato.


Se non c’è autonomia politica, se non c’è cultura politica, se non c’è visione non è possibile né raccogliere il consenso, né incidere.


In sintesi i verdi italiani sono stati verdi dalla fede tiepida e dalla capacità politica nulla: come potevano convincere?


Paradossalmente il successo dei 5 stelle porta con sé una ventata ecologista (tema da sempre caro a Grillo), ma i 5stelle non scelgono questa caratterizzazione e preferiscono puntare sul giustizialismo (tutti sono colpevoli e solo noi siamo nuovi) inciampando poi anch’essi in varie incoerenze e tiepidità.


Non c’è dunque un futuro per i Verdi nella politica italiana?


Fa sperare oggi l’impegno di papa Francesco a coniugare ambiente e sociale. Non si può più credere nella dignità delle persone senza credere nella dignità dell’ambiente. E non si possono difendere alberi e animali scordandoci degli esseri umani.


Fa sperare oggi il risveglio delle nuove generazioni. È possibile un lavoro culturale con loro che dia vita ad una nuova costituente, per mettere al centro della valutazione sulla qualità della vita la natura, la bellezza, il rispetto ...


Questo paese, che è primo al mondo per patrimonio culturale e paesaggistico; deve valorizzare queste risorse che sono anche economiche. La green economy è un fatto reale, ma ha bisogno della determinazione e della volontà che possono nascere solo da una corrente “calda”, culturale. Se non cresce una sensibilità personale e sociale a “dare del tu” alla vita della natura e delle persone, sarà difficile trovare le energie per uno sviluppo equo e sostenibile.


Rilanciamo, anche con parole nuove, il primato di una visione postmaterialista e non antropocentrica: abbiamo tanti esempi e tanti maestri, la politica seguirà.


MilanoAmbiente può essere la casa di riflessioni e spunti, esperienze e racconti, su cui costruire un nuovo soggetto politico, civico, ambientale, solidale che oggi non riusciamo a immaginare.


Ci vuole vino nuovo e non va costretto in otri vecchi.

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