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PSICOANALISI DELLO STATO VIRALE




Intervista con Manuela Barbarossa, realizzata da Stefano Golfari



La politica giustificata dalla scienza medica è il nuovo ircocervo che detta legge. La "cosa" (metà capra e metà cervo secondo l'etimologia latina) è venduta al pubblico come inevitabile e per giunta virtuosa, evitando tuttavia di ricordare che di virtù il binomio ne ha mostrate davvero pochine nel periodo: sul Virus (sulle origini, sulla prevenzione, sulle cure, sul vaccino) la scienza ha più dubbi che certezze e la politica procede a tentoni, per approssimazione fortunosa, avendo già commesso molti (anche tragici) errori. Eppure l'ircocervo si è fatto Leviatano, lo Stato virale ci ha mostrato la faccia dura del potere: quella che sa imporre il rispetto delle sue ordinanze fin dentro la sacra cerchia della privacy, fin dentro casa tua, minacciando sfracelli sull'uscio. Tutto per il nostro bene, s'econdo il nostro facondo e cortese presidente del Consiglio. E tutto è passeggero, è una "eccezionalità". Ma, visto che le cavie siamo noi, consiglierei - per il nostro bene - di analizzare l'esperimento con cura. Dunque come è andata?


Nella prima fase, quella più dura e paurosa, gli italiani hanno reagito con sorprendente mansuetudine: tutti hanno obbedito, con mascherina e guanti, senza porre troppe domande. Ma appena la grande paura si è alleggerita, appena nel muro dei divieti si è aperta qualche crepa, be’... l'arte di arrangiarsi è tornata a dettar legge allo Stato, e, con la mascherina appesa a un orecchio solo, l'italiano medio è tornato ingovernabile, irrefrenabile, e fiduciosamente immortale, bene o male che sia. Ora siamo a una terza fase ancora, nella quale il sostanziale "liberi tutti" vede all'orizzonte il ritorno del pericolo, del fattore di rischio che potrebbe giustificare altre misure restrittive. Per la verità, qui in Italì, appare in ogni caso improbabile un ritorno allo Stato padrone dei mesi del lockdown: la nostra qualità più invidiabile, l'istinto animale, ha bell'e capito che scienziati e politici non sanno che pesci pigliare, e, una volta smascherata, la faccia dura è durissima da rifare. Ma il problema è ben più vasto, è pandemico e globale. Dunque, in questi tempi così strani e sconvolgenti, nei quali già si geolocalizzavano sulla mappa planetaria varie e diverse crisi di Democrazia, torna in primissimo piano una questione antica quanto lo Stato moderno: il rapporto fra individuo e Potere. L'ircocervo della politica giustificata dalla scienza medica, per quanto scombinato sia, rimette in gioco questioni tutt'altro che giocose, e una psicoanalisi dello Stato virale ci sembra un tema su cui urge impegnarsi seriamente. Chiediamo aiuto a Manuela Barbarossa, psicoanalista di scuola freudiana e filosofa (seguitela online sull'accademia di studi filosofici PRISMA), e ci proviamo nell'intervista che segue.


Individuo e Potere. In che fase virale siamo?


Ti rispondo partendo da un terzo tema, basilare e spesso dimenticato: la psicologia delle masse. Sia per Le Bon, un antropologo e psicologo francese che studia per primo il fenomeno della folla, che per S. Freud, la massa è sostanzialmente «impulsiva, mutevole e irritabile. Ed è controllata quasi esclusivamente dall' inconscio; ovvero è controllata da impulsi ed emozioni che giungono dal profondo della nostra psiche e che non sono vagliate da un pensiero critico o comunque cosciente. In questo senso la massa può essere pericolosa. Molto pericolosa, poiché agisce su impulsi inconsci e li fa divenire legge, in virtù della dittatura della maggioranza., come la storia ce lo ha insegnato , purtroppo. Anche questa attuale esperienza che stiamo vivendo è emblematica e ci riconduce in pieno in questa dimensione. Ci ha disvelato cosa significhi psicologia di massa , e ci ha mostrato la separazione netta tra massa e individuo. Attenzione però. Dobbiamo chiarire di quale individuo stiamo parlando . Il filosofo Adorno ci ricorda che il senso della differenza , che oggi è quasi completamente scomparso a causa di un linguaggio anch'esso massificante, è fondamentale. E dunque dobbiamo precisare e precisare e precisare . Quando parliamo di psicologia delle masse abbiamo due entità: la massa da una parte e l'individuo dall'altra , in contrapposizione.


Concordo sulla richiesta di precisione: è un momento importante della nostra vita e gli intellettuali confusi che pensano di cavarsela con quattro chiacchiere da salotto proprio non ci servono. La società liquida non ama vincoli e non ama appigli, ma evidentemente la società liquida è stata sopravvalutata: manca un pensiero solido. Sfuggono le basi. Quale individuo si contrappone alla massa ?


Il vero individuo. Colui che è ciò che è. Il titolo del saggio di Freud recita esattamente : Psicologia delle masse e analisi dell' Io. Possiamo già intuire dal titolo che la psicologia della massa , di questa entità indefinita come una sorta di nube oscura indifferenziata, ( mi viene in mente un film di fantascienza cult dove una enorme massa gelatinosa si espandeva creando distruzione ) è una psicologia che esalta l'Io sono dell'essere sociale, di quel soggetto grammaticale (Io , pronome ) che compone la massa, e che al contrario mortifica completamente il Sono Io, il vero principio di identità individuata, quella che fonda l'individuo che si contrappone alla massa (qui occorrerebbe approfondire, ma per brevità rimando chi fosse interessato al mio intervento su L'epistemologia Freudiana in Psichiatria Oggi, gennaio 2020 ). Nell' “Io sono”, a farla da padrone è L'Io, che è il pronome della prima persona , mentre nel Sono io , come si può notare è l'essere che viene affermato in primis. Una differenza notevole semantica e simbolica. L'Io sono è quello che caratterizza il soggetto che compone la massa è un principio logico categoriale di esistenza , di definizione corporea di fondazione biologica del verbo essere , che annuncia che Io sono , ovvero, Io ci sono. All'interno della dinamica di massa l'Io sono trova il proprio apogeo. Non è un principio di soggettività – L'Io sono è principio di massificazione poiché ci dice sì, nella massa ci sono. L'Io sono trova la situazione ideale nella massa per esprimere quel senso di potenza che gli consente di dire e fare qualche cosa solo perchè ha il sostegno della massa stessa. Altrimenti non avrebbe il coraggio di esprimere certi atteggiamente e pensieri pubblicamente.


Ma allora l’Io-sono è un soggetto sociale un po' vigliacco, pare...


In sostanza la massa autorizza l'Io sono di coloro che autoaffermano la propria esistenza ( Io ci sono , ci sono pure io) solo se supportati dalla folla.

Il soggetto che si riconosce nell'Io sono può esprimere istinti, rabbie, proiezioni dei propri vissuti, che in solitaria nasconde. E eleva a concetto i propri vissuti , come se fossero verità. In solitaria se ne vergogna o ha paura. Da qui il principio di autoritarismo tipico dell' Io sono. Tronfio e gonfio di se stesso narcisisticamente . E da qui la degenerazione nella violenza di storica memoria. L'Io sono è dunque in verità un principio di massificazione, espressione di una forza vacua, poiché è un principio dell'essere vuoto , senza una identità veramente personale e pieno solo di legittimazione sociale. Sì, credo che i Greci, così attratti dalle virtù , lo considererebbero un vile. Ed è sull'Io sono che la propaganda e l'industria culturale fanno leva. Non avrebbero una grande presa sul Sono Io, overo sull'individuo che nel suo essere ciò che è, rifugge la massa, e mantiene la propria identità . Molte patologie comportamentali e non , si fondano su un eccesso di sviluppo dell'Io sono sociale a scapito dello sviluppo del Sono Io.


Vediamo se ho compreso: l' Io-sono è una finta identità personale, fasulla, illusoria , che nutre la società di massa. Il Sono-Io è, invece, il vero principio di identità. Se la sintesi è corretta, come funzionano questi meccanismi nelle dinamiche di gruppo o, come si dice per indicare una deviazione peggiorativa del legame di gruppo che spesso produce superficialità e violenza, nel “branco”?


Il branco è mosso proprio dalla stessa psicologia di massa , ridotta a gruppo, dove l'Io sono raggiunge aspetti patologici e di violenza proprio perché i vari Io sono vengono supportati dal numero. Il gruppo è una piccola massa. Stigmatizzato dalla società in quanto è piccolo, identificabile e soprattutto in quanto tende a delinquere e a contrapporsi alle leggi. E' una sorta di sintomo che ti dice che c'è una malattia . Il branco ti fa intravvedere il pericolo , la malattia, ciò che potrebbe fare una massa se autorizzata. La massa quando si muove pilotata, può essere anche autorizzata ad infrangere le leggi. La storia insegna. Il potere della massa è un tutto autoreferenziale, garantisce al soggetto identificato con L'Io sono sociale di esprimere potere in situazione di protezione. Il problema tuttavia non è solo il numero, ovviamente, anche se il numero ha la sua rilevanza. La questione è di natura più complessa. La massa come il branco ha necessità di affossare la vera individualità delle persone che la compongono per autoproclamarsi tale. Il soggetto che si riconosce nella massa e la segue, si illude di esserci e che questo lo faccia anche essere. Nulla di più errato. Il soggetto che si riconosce nella massa , si aggrega alla massa o al gruppo, e può esistere solo se aggregato. Nei totalitarismi abbiamo una potente società di massa . All'interno della quale tra quei tanti Io sono che la compongono ( io ci sono ) quelli più agguerriti divengono delatori , identificati completamente con l'aggressore, ovvero con il padrone. Al contrario la categoria degli individui che si riconoscono nel Sono Io , si riconoscono nel principio ideativo dell'essere ciò che sono, a prescindere dalla autorizzazione sociale e dall' essere un aggregato, e affondano le radici della propria individualità altrove, nella storia personale e antropologica dell'essere ciò che sono.


Tu dunque proponi l’Io-sono e il Sono-io come concetti antitetici. Su questa profonda diversità basi una interpretazione nuova, rivoluzionaria, delle dinamiche sociali di questa fase storica altrettanto nuova che viviamo. Ma, nello specifico, come la dinamica Io-Sono/Sono-io sta operando in Italia? Mi sembra di capire che, per te, il Sono-Io stia vacillando, prossimo a crollare...


La categoria del Sono Io è quel principio dell'essere ciò che sono, a prescindere dalla autorizzazione sociale e dall' essere un aggregato, è il vero e unico principio di identità poiché come ho già scritto in un mio recente saggio, alla domanda chi sei? L'unica risposta che si può dare è Sono Io. ( cfr. Manuela Barbarossa L'epistemologia Freudiana in Psichiatria Oggi, gennaio 2020 ). Più si sviluppa il Sono Io meno ha presa la psicologia di massa, e con lei l'industria culturale che la sostiene. Entrambe , manipolatorie , necessitano di una mobilitazione di aspetti inconsci regressivi legati all'Io sono , quale principio di identità sociale e grammaticale, connesso al bisogno di autoaffermazione egoica che ci dice “Io ci sono”. Tale necessità evidentemente sorge in assenza di individualità. Il fatto di esserci non significa che sei. Il concetto di essere non coincide con l'esserci. E' qui il grave errore epistemologico di fondo che la società dell'immagine ha elevato a concetto, l'errore che illude che esserci ( essere visto ) coincide con l'essere. In adolescenza è un passaggio quasi obbligatorio , e sottolineo il quasi, quello di attribuire al divo del momento valore di identità sublime solo perché appare. Poi però l'adolescenza passa. Dovrebbe passare.


La tua lettura chiarisce in modo nuovo molto di quanto è incredibilmente avvenuto nelle ultime settimane (e seguita ad accadere…). Il fatto di un’attenzione critica che si è spenta anche sugli sbagli della politica e della scienza, ad esempio. Certo bisogna premettere che far fronte a una situazione del genere, imprevista (anche se non imprevedibile) non è stato affatto facile. Tuttavia mi ha sorpreso e mi sorprende che di errori organizzativi e gestionali nemmeno si discute, se non sottotraccia. Ma se, come si dice, contro il virus è in atto una guerra, be’... in una guerra certo alle truppe combattenti sul campo (i medici, gli infermieri ecc.) vanno le medaglie per l’impegno eroico, ma i generali si giudicano sulle scelte strategiche, non sull’impegno. Napoleone fu applaudito imperatore dopo Austerlitz, ma fu cacciato a pedate dopo Waterloo. Sembra invece che ai nostri generali la categoria dello sbaglio sia ignota. Nessuno mai ammette un errore. Meritano tutti l'applauso dai balconi, o c’entra la psicoanalisi?


La psicoanalisi c'entra sempre. Oggi più che mai. Siamo al cospetto di una società che fa leva sullo psichico in forma totalizzante, attraverso mezzi di comunicazione ieri impensabili. Se colleghiamo questo aspetto della comunicazione mediatica che passa attraverso i social sia con l'avvento del protagonismo che ha fatto dell'esserci in quanto visto e ascoltato da tutti , un fondamento dell'essere , la potenza del messaggio che viaggia nella confusione più totale, nel dire in continuazione, ossessivamente , anche parole inappropriate , fuori luogo, nel dare risposte errate a domande errate, insomma all'interno di un caos intellettivo dove tutti parlano di tutto, siamo di fronte ad un altro pericolo inaspettato, quello della parola e dell'immagine che ci sta sovrastando e dove stiamo affogando. Manca l'aria.

E temo che la questione del respirare , tanto sollecitata da questo virus nemico invisibile , non sia solo una questione di natura fisiologica. In questa situazione di debacle del pensiero critico e del tentativo di riduzione ai minimi termini del Sono Io , principio di identità soggettiva e autonoma, la capacità di avere un “ampio respiro” intellettuale diventa una sorta di eresia metafisica, di eresia psicosomatica, che si scontra con quell' Io sono della psicologia di massa, principio di autoritarismo larvato e surrettizio.

Se osserviamo attentamente in questo contesto non può avere più nessun valore l'errore. L'errore esiste se esiste il Sono Io. E tanto meno un giudizio di valore sull'operato. L'Io sono sociale e massificato, sul quale fa leva qualsiasi forma di autoritarismo e la stessa industria culturale , spazzano via tutta la critica e la capacità di discernere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto in quanto, la società di massa non ha nessuna necessità dell'individuo morale, di un pensiero critico, ma necessita dell'aggregato , di colui che nell'Io sono sociale, sostenuto dalla folla , si muove istintivamente facendo leva sugli odi, sui rancori, sulle invidie, sui propri vissuti inconsci , sulle paure. E' di questo che la psicologia di massa necessità. Non certo di soggetti critici e pensanti.


Abbiamo abbiamo attraversato il triste rito serale della conta dei morti. Ma anche quello oramai si è perso, e neppure nei giorni più tragici si è avuta una riflessione collettiva sul tema della morte. Soltanto il crocifisso ligneo innalzato in una piazza San Pietro deserta, di fronte a papa Francesco ha dato, a chi ha voluto e saputo coglierlo, il senso forte, potente, di una distonia epocale. Per lo più, tuttavia, anche il sentimento religioso sembra in grado di confrontarsi soltanto con il Dio della consolazione, della carezza, della speranza facile. Troppo facile: un dio così piacevole e accondiscendente non è né il Dio della Bibbia né il Dio del Vangelo. E, per dirla in termini più semplici, il dio che dice “andrà tutto bene” è il dio degli sciocchi, e mente. La psicoanalisi che suggerisce in proposito?


Abbiamo capito che la ritualizzazione mediatica della conta dei morti , degli infetti, dei positivi è una forma di comunicazione ossessiva e regressiva , da grande fratello. Anche la ripetizione ossessiva dell' “Andrà tutto bene” non ha nulla di simbolico , è un fine , non un mezzo. E' una forma di autoconvinzione mediatica. Ricordiamo la critica del filosofo T.W. Adorno nei confronti del processo di manipolazione delle menti ad opera dei mass media, e oggi dei social. Il rito è una cosa , la ritualizzazione come forma di comunicazione mediatica è un'altra. Il rito ha una sua identità antropologica e da un punto di vista psichico è funzionale all'espressione, al controllo, alla condivisione di impulsi e paure. Può essere anche evolutivo. Se la ritualizzazione comportamentale individuale o di gruppo, ovvero la pratica costante di un rito è portata all'eccesso ,diventa maniacale, e può generare scompensi psicologici. In ambito sociale il rito è spesso utilizzato per radunare a sé quella che dicevamo essere la folla, la massa per offrire una sorta di condivisione collettiva di angosce e speranze. Pensiamo ai riti religiosi, importantissimi. Ma il rito, ha una necessità , una precondizione esclusa la quale smette di esse tale e diventa solo un tormento, una vera e propria tortura ripetitiva, un mantra che vuole far entrare in testa una idea. Il rito, per essere tale , con la sua funzione salvifica, o comunque abreativa, ha necessità del simbolico. Senza il simbolico il rito , diviene simulacro del nulla. Esaltazione del niente. Nell'eccesso della ripetizione di un rito ossessivo, in patologia, si perde il simbolico che viene sostituito dai gesti e pensieri rituali. Un esempio: la necessità di pregare la sera prima di addormentarsi per un credente può essere un rito simbolico importante che consente all'individuo di comunicare con quell aldilà ideativo di cui necessita. Di elevarsi dal contingente per esprimere desideri, speranze, a volte anche per parlare con se stesso. Ma se io passo le giornate a pregare ossessivamente, maniacalmente, e ciò mi impedisce di esistere, non c'è più simbolico, e la preghiera diviene fine non mezzo.


Morte, malattia: controvoglia, ma inevitabilmente, la società dell’istante, dell’eterno presente, la società delle infinite scappatoie, del world wide web…. si è schiantata contro un vecchio argomento: la caducità. Siamo foglie nel vento, scriveva già Mimnermo…


La vita si impone in tutta la sua bellezza, ma , spesso accade che il corpo si imponga anche in tutta la sua difficoltà materiale. Ad esempio nello stato di malattia. E ci riporta alla morte, alla caducità. Mi ricordo che quando mi stavo specializzando in psicoanalisi, io, metafisica per eccellenza, ad una lezione sulla dinamica psichica della corporeità pensai “ si , la psiche... ma quando hai mal di denti, tutto è vano, il corpo prende il sopravvento. E allora della psichicità cosa resta a parte il dolore ?” Mi risposi da sola: ma certo, mi sono detta, resta l'essenza: il simbolico. Quando la corporeità prende il sopravvento, tutto ciò che apparentemente si sottrae alla materia, svanisce come neve al sole. Del resto , per mantenere le persone in condizioni di minorità bisogna far emergere il corpo nella sua potenza materiale, reificandolo, rendendolo cosa. Il corpo res, ridotto a cosa, ha una capacità : quella di spazzare via anche le più radicate e convincenti metafisiche. Lo stato di tortura, di fame, di dolore fisico, ha sempre svolto la perversa funzione di allontanare l'individuo da se stesso riducendo il corpo a carne, a cosa, facendolo regredire ad uno stato primitivo della vita, dove la corporeità ridotta a materia è originariamente a fondamento dell'essere. Lo spirito è spezzato. Pensiamo al mondo degli animali non umani . Sappiamo bene cosa significhi ridurlo a cosa, a carne da macello , spogliandolo di tutti i sentimenti, gli affetti, i vissuti , compreso quello del dolore e della morte. L'uomo attribuisce tutto ciò solo a se stesso e come ho già citato “È solo per un eccesso di vanità ridicola che gli uomini si attribuiscono un'anima di specie diversa da quella degli animali (Voltaire, 1763). In Totem e Tabù di S. Freud, un testo che ci racconta l'evoluzione dell'umanità, leggiamo che l'uomo, per liberarsi dallo stato di minorità in cui era posto dal padre padrone, che dettava legge assoluta, ma garantiva loro cibo, sopravvivenza , ha dovuto iniziare a sentire delle necessità che si collocavano in uno spazio percettivo borderline, tra il corpo e lo spirito. Il padre garantiva i bisogni primari, la vita fisica in sicurezza , ma... c'è sempre un ma...non il godimento della libertà e della vita stessa. E dunque la ribellione avviene in vista del desiderio di andare oltre la sopravvivenza fisica e materiale. La libertà spirituale oltre che materiale, inizia ad avere un certo valore alle origini dell'essere. Da qui l'evoluzione verso il simbolico, verso quella dimensione metafisica che si origina uscendo quella caverna platonica dove tutto è buio. Come ho già scritto, quando il corpo è ridotto a cosa, a merce , si sollevano aspetti inquietanti sull’oblio dei valori occidentali compreso il valore di Dio, che sembra assumere solo un ruolo consolatorio. L'assenza del simbolico significa il depotenziamento del corpo nella sua verità vitale. Infatti per ritornare alla conta dei morti mediatica di questo periodo , qui vediamo una ritualizzazione totalmente privata di ogni ordine psichico simbolico . Tanto che neppure ci si domanda come mai questi numeri. Li si assorbe. Una sorta di tortura della comunicazione che per soggiogare le persone, ti dice come un mantra ossessivo, che sei in pericolo, che puoi essere contagiato, che sei magari infetto senza saperlo, che il tuo vicino è un untore, insomma un utilizzo perverso e strumentale del virus che ti riduce il corpo a res. Non c'è più anima. Tu non sei più tu, ma diventi una sorta di carne da macello, un poco simile a quegli animali non umani da noi massacrati. Nemesi ? Può essere.

Il tuo corpo o è infettato o ha la possibilità di infettare. Nessun sistema immunitario , nessuna salvezza puà derivare da te stesso, dalla tua capacità di essere sano. Anzi, il tuo essere sano è posto in dubbio. E sei ridotto ad un minus da pedagogizzare. Il tutto all'interno di una cornice di divieto di godimento della vita. Insomma l'assenza di simbolico, e dunque di un respiro metafisico, che ti fa andare oltre la materia, propone una ritualizzazione mediatica che appare come una perversa tortura strumentale al soggiogamento. Come ho già scritto, “viene meno l’iconografia angelica che ci richiama all’ordine simbolico e mimetico delle qualità dell’anima. Alla domanda contenuta nel significato del nome dell’Arcangelo Michele, che si traduce in “Chi è come Dio“? La risposta oggi sarebbe … la scienza? La tecnica? Il denaro? I virologi televisivi? La comunicazione?


Per concludere, e ringraziandoti della conversazione e delle meditazioni che me ne verranno: in che modo il simbolico ci avrebbe potuto salvare ?


Il simbolico ci può ancora salvare. Ci ha sempre salvato. Non facendoci perdere di vista chi siamo. Ma il problema del covid 19 in Italia è nato poiché siamo privi di un sistema sanitario che sia in grado di curare chi si ammala. Senza se e senza ma. Questo è un problema gravissimo e reale. Questo è il problema. A partire da questo grave problema si sono fatte delle scelte di risposta al covid19. Tutte italiane. E come abbiamo detto, il reale, quando coinvolge il corpo, fondamento di vita, prende il sopravvento. Tuttavia la società moderna, non devo certo ricordarlo io, nasce per garantire progresso, civiltà, emancipazione dai bisogni materiali. Evoluzione .E garantire i diritti democratici. Sempre. In qualsiasi situazione. Ci ricordiamo della rivoluzione francese? Il virus, o meglio la sua utilizzazione sociale e mediatica, ha messo allo scoperto che la società moderna non ha mantenuto la sua promessa. Anzi, l'ha tradita. E non solo, azzerando attraverso la paura della morte e del contagio, qualsiasi elemento eterodosso, riducendo tutto al corpo morto, non solo ha fatto dimenticare la propria responsabilità di non essere stata in grado di garantire ciò che deve, una sanità capace e organizzata per mettere in atto un piano emergenziale per altro previsto dalla stessa legge. Ma da un punto di vista psichico ha spostato tutta l'attenzione sulla colpa di essere vivi, di essere liberi, di sentirsi in salute. La maggior parte della popolazione italiana è stata fondamentalmente bene , ma questo “sentirsi bene” non ha avuto nessun valore, è stato minato nelle sue fondamenta dalla cultura del sospetto di essere forse positivi, infetti. Cultura del sospetto pericolosa in quanto essa stessa infettiva. In psicoanalisi questo meccanismo si chiama spostamento e ha la funzione di difesa dalle angosce. Il suo utilizzo sociale è stato invertito. Ma il meccanismo è sempre quello ed è stato utilizzato in questo caso per creare angosce. Da qui il distoglimento dalla vera responsabilità. Andrebbe notato che tutti coloro che , con i propri interventi, e parlo di scienziati, virologi, intellettuali o che altro, erano e sono in grado di disvelare questo utilizzo ansiogeno e perverso del contagio , sono stati oscurati. In questo azzeramento totale dell'essere, il simbolico ha un funzione evolutiva potente, come la metafisica. Il simbolico ti consente di entrare in contatto con uno spessore morale che ti fa vedere oltre il factum bruto, e richiama inevitabilmente , in quanto sguardo elevato sul mondo, ritrovamento dell'essenza, alle virtù dell'anima del coraggio, della verità, della dignità, della forza, elementi fondamentali nella vita , soprattutto quando diventa complessa . Il simbolico è quello spazio mentale e spirituale che ti consente di andare oltre. Di aprire il tuo orizzonte. Di accedere alla metafisica. Di apprendere categorie interpretative del mondo altrimenti sconosciute. E' ciò che è e ti consente di non perdere di vista chi sei. C’è una bella frase di Johan Jakob Bachofen, che molto si occupò di simbologie antiche, con cui se vuoi possiamo chiudere...


Ascoltiamola..


“Il simbolo spinge le sue radici fin nelle più segrete profondità dell’anima, il linguaggio, come un alito silenzioso di vento, sfiora la superficie della comprensione”.


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