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QUEST'UMILIANTE CACCIA AL SINDACO "CIVICO"






di Stefano Golfari



A Milano la classe politica si vergogna di sé. Forse mentre leggete il Centrodestra avrà trovato un candidato sindaco prima che parta per il mare, ma, dopo 11 flop (è una squadra di calcio) non ha cambiato metodo: un civico, senz'altro. Vale a dire un tipo che abbia un rispettabile curriculum di studi, abbia fatto carriera nell'aggressivo mondo business e possa mostrare in pubblico una qualche impronta corporale di impegno benemerito sul risvolto sociale. Similmente nei paesi brianzoli si va in caccia del presidente della Banda, o dell'Avis, della squadra di bocce o del Gruppo Terza Età... AAA cercasi Civico, disperatamente. Se poi sappia far politica, non frega niente a nessuno.


E' così che da tanto, troppo tempo, funzionano le elezioni amministrative in tutta Italia: grande, media, piccola, destra, sinistra, centro. Liste civiche a badilate, sindaci che se va bene sono brave persone use al tacòn sul buso, se va male scappano in Porsche, e progetti politici, cioè complessi, niente. Visione politica zero. La crescita della classe dirigente staziona da eoni al livello dell' asilo nido, a Milano, anche se ogni nuova fotina che compare sui giornali ha, minimo, frequentato la Bocconi. Ovviamente il problema non sono i candidati ma chi non li sceglie: le segreterie territoriali di partito sono ectoplasmi evanescenti, nomi senza corpo, impossibilitati ad afferrare alcunché di reale per la debolezza della struttura organizzativa aggravata dalla colpa loro: chi non ha carattere e non ha progetto, dovrebbe vietarsi di assumere quel ruolo, e invece no. I debolissimi sono quotatissimi nelle fragilissime gerarchie di oggidì. Scrivo pensando anche a Comuni di piccolo e medio taglio, ma nella città di Greppi-Ferrari-Cassinis-Bucalossi (e anche di Aniasi-Tognoli-Pillitteri) c'è da piangere: 11 flop a destra, 11 umilianti cincischiamenti senza costrutto, 11 schiaffi alla città, 11 sputi sulla sua storia. Hanno Salvini e Berlusconi che sono di Milano, che sono stati consiglieri comunali (Salvini per anni, Berlusconi per finta), hanno Il Giornale, hanno Libero, hanno La Verità, hanno Canale 5, Italia1 e Rete4, hanno un sondaggio Tecnè che valuta il popolo di Centrodestra in vantaggio comunque su Sala: 45% a 44... e non riescono a trovare un candidato? Roba che chi li vota dovrebbe cospargerli di pece, rotorarli nelle piume d'oca (questo anche no, per noi vegani) e accompagnarli fuori dai confini della città, come si faceva nel Far West per i poco-di-buono.


Ma, dice il sociologo: la società è liquida, non è più dato di pensare ai partiti politici come erano un tempo. E' curioso: la Sociologia, almeno in Italia, è sempre più assimilabile a una branca dell'Archeologia. Zygmunt Bauman, nato nel 1925 e R.I.P., scrisse Liquid modernity nel 2000, più di venti anni fa. La sua concezione di Consumismo che reggeva quella di Liquidità, non è più l'orizzonte avanzato della società in cui viviamo: quello è vecchiume travolto dalle reazioni di tragica potenza che abbiamo subito (il terrorismo identitario, le crisi finanziarie, la pandemia) ma anche dal risveglio dell'impegno politico ambientalista che ha mosso guerra alla bulimia senza scopo del mercato e ora sta vincendo la battaglia delle idee, del pensiero comune: la battaglia che conta. E' alta, è svettante, l'idealità politica, l'ideologia politica dei nostri tempi. Quello che ci serve per vincere la guerra che si combatte casa per casa, quartiere per quartiere, non sono i vecchi partiti liquidi come la gassosa, leggeri come le foglie d'autunno, i segretari del pensiero debole e i movimenti di formichine civiche educate a portar briciole a chi poi ci pensa lui. Basta! E basta liste civiche! E vade retro alla politica dei manager dell'eterno ritorno del sempre uguale! E' finito il post-moderno, è finita 'sta melassa!


Siamo allo scontro forte fra due mondi: di là la politica intesa come nulla da riempire a piacere (questa è la tragedia della destra milanese, infatti a crescere è il partito ideologico, i F. d'Italia), di qua l'impegno politico verde come scelta di vita rivoluzionaria per l'Italia e per il mondo intero. Essere Green oggi, significa avercela una ideologia, in base alla quale si ordina il resto. Iniziare a far nuova politica, politica forte, da Milano sarebbe dunque importantissimo, ma purtroppo dobbiamo ancora usare un debole condizionale: il sindaco che si è convertito al Green europeo non sembra avvertire la radicale svolta a cui quella scelta lo vincola, pare invece che si contenti di cercare nell'Europa dei Verdi lo svincolo, lo svicolo, dai residuali legami della politica dei partiti osso-buco e dal risotto giallo dei 5 Stelle (che disastro, Madonnina!). Di loro, poi, dei Verdi milanesi, loro indicati dalla Dea bendata protettrice dei derelitti come immeritevoli possessori del ticket vincente per ridare senso a una storia sbagliata, è - al momento - davvero inutile parlarne: non ci sono, probabilmente già indaffarati a scaldare qualche seggiola.


Il verde alternativo appare per lo meno più sincero, ma è troppo civico per i miei gusti: servono ma non bastano i comitati per questo e per quello, serve un partito politico della modernità. Chi alza la mano e si candida a Milano, deve prima domandare a se stesso se ne è all'altezza, se no fa da intralcio. Se Mariani o altri lodevoli "Ci provo" sono in grado di reggere la sfida su questo obiettivo, lo dimostrino. Almeno per intenzione.


Appare intanto sempre più probabile l'umiliante tristezza in cui la capitale giù di morale d'Italia affronterà il voto popolare della "ripartenza" senza nemmeno accorgersi che sta in un vicolo cieco: perché dall'amico immaginario del Centrodestra o dal Verde un po' per celia e un po' per non morire, non può arrivare la svolta che vogliamo. Che pretendiamo.


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