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RALLENTARE E, SE NON BASTA, FERMARSI

di Roberto Rainoldi



25 aprile 2021



Dalla I Epistola ai Corinzi, 7 (2024):

in ogni stato, in ogni condizione si può raggiungere l’eterna beatitudine, è assurdo in quel breve pellegrinaggio che è la vita, attribuire importanza alla specie della professione.

E la ricerca di un guadagno materiale che superi i propri bisogni deve essere perciò considerata come sintomo dell’assenza di grazia, e come direttamente riprovevole,

poiché infine appare possibile solo a spese altrui.


Premessa

Torno a temi che a me sono cari, pare solo a me visto che sulle questioni poste più di un anno fa non si è aperto alcun dibattito, neppure tra gli amici, ci riprovo, insisto e vediamo se si muovono le acque.

L’occasione mi viene offerta su un piatto d’argento: i soldi del Recovery Fund e il nuovo Ministero per la Transizione Ecologica. Non parlerò del “bancario” che ora guida il Paese perché di lui ho poca considerazione.

A prima vista pare che si mescolino ingredienti che non ci “azzeccano” l’uno con l’altro, quindi tenterò di legare tutto con il filo del mio povero ragionamento.

Segui i soldi e troverai il movente di ogni azione”: che questo sia il mantra del 21° secolo e di quello passato è acclarato; chi non ricorda i sermoni e i moniti sullo spread, sul PIL, sul gigantesco debito pubblico, sullo 0,1 0,2 di scostamento nella manovra finanziaria, sui mercati finanziari, sui fondi, insomma su tutte le fandonie da economisti e dalle regole da questi imposte.


Ora abbiamo scoperto che il mondo gira lo stesso, che i debiti (fatti da altri) possono anche non essere pagati o saranno posticipati oltre la mia e la vostra vita, che si mangia anche senza lavorare, finché dura e alle spalle di altri, e che i più, ormai privi di senno, si sentono persi se non vanno a mangiare a ristorante, in palestra o sulle piste da sci. Ma il punto è un altro, pare proprio che si voglia tornare quanto prima a consumare in modo dissennato per dissipare quello che rimane del pianeta. E qui si innesta il tanto agognato Piano.

I soldi del Piano sono indubbiamente molti, moltissimi, la maggior parte dati in prestito. Per spenderli ci volevano persone di fiducia, pronte a ripristinare l’economia globale, persone in grado di garantire il ritorno al modello consolidato del turbo capitalismo, persone infine che si comportassero esattamente come gli amministratori delegati delle industrie farmaceutiche che hanno brevettato i vaccini anti covid. Costoro infatti hanno prontamente monetizzato vendendo le loro azioni, alla faccia della missione e degli investimenti pubblici ricevuti. Tra parentesi nessuno ha obiettato che ogni anno le industrie farmaceutiche del mondo approntano vaccini antinfluenzali per il virus d’annata senza che ciò diventi la scoperta dell’anno.


Delle due l’una, o ci raccontano frottole o vendono acqua fresca. Sul tema gradirei interventi chiarificatori e altamente scientifici, riesco ancora a leggere e comprendo ciò che leggo anche se la letteratura in materia pare ai più complessa.

Comunque ora di vaccini per il covid è pieno il mondo: americani, inglesi, cinesi, russi, indiani, francesi, tedeschi, cubani, ecc.. Dispiace vedere medici non dire nulla, neppure osano belare, e il virus da parte sua rimane e rimarrà, fortunatamente, la più importante riserva genetica presente sul pianeta, mutare per lui è e sarà uno scherzo, soprattutto se le condizioni del pianeta vengono sempre più aggravate dalla presenza dell’uomo.


Ritorno ai soldi. Se invece mutassero le priorità e le modalità di vita si potrebbe forse incrinare il modello di consumo e di proprietà mondiale? Sicuramente si e con lui si infrangerebbe il mito del successo personale, dell’arricchimento personale e di ciò che tale modello impone.

Quindi è importante ritornare al passato come se nulla fosse successo, per fare ciò bisogna mescolare le carte, spostare l’attenzione. Si propone quindi a noi quello che altri hanno già fatto: il Ministero per la Transizione Ecologica. Che riesca o non riesca nella missione (se ne ha una) è poco importante, l’importante sarà gestire lo straordinario flusso di soldi pubblici.

Si dice che il Piano darà una visione di insieme del destino della Nazione, che si integrerà perfettamente con quanto faranno gli altri Paesi europei. Sembra una favola.


Presumo che si dettaglieranno i compiti e le funzioni di ogni singolo stato per cogliere l’obiettivo, pare invece che ognuno farà il suo e poco si rapporteranno tra loro, oppure si uniformeranno per perseguire l’unico obiettivo che poi rimane: “il ritorno al passato con nuovi abiti e regole sempre più stringenti”.

Altro è avere una visione di insieme, una visione del nuovo mondo: per effettuare una qualsivoglia transizione ecologica si dovrebbe avere chiaro cosa e come affrontare il/i problema/i. Se tutto ha come premessa il ritorno al modello “2019 e precedenti”, a poco servirà la transizione ambientale; diventerà l’ennesimo annuncio se oltre sette miliardi di uomini continueranno a consumare come prima o più di prima, se i più ricchi potranno dissipare da soli quanto milioni di poveri, l’equazione che ne deriverà porterà allo stesso risultato: la lenta agonia della biosfera.


Il limite alla spesa, necessità e argine al consumo

Tempo addietro ho posto la questione del tetto di spesa personale universale, tetto che porrebbe finalmente un limite ai consumi e che rallenterebbe il depauperamento del pianeta, principio questo che risponde sia al criterio di uguaglianza tra gli umani e le altre specie, sia che pone la questione su ciò che realmente serve per soddisfare i bisogni di mente e corpo.

Ammetto che la questione è profonda e di non facile soluzione, attiene al modello che si vuole utilizzare e alle regole che sostengono le comunità: infatti modello e regole sono elementi da costruire ex-novo. Il passato ci potrà aiutare nel mutuare il meglio delle esperienze social comuniste e liberali per poi avventurarci su nuove strade: proprio su come vivere collettivamente più che individualmente.


Pasolini, profeta d’altri tempi, nel 1973 dalle pagine del Corriere della sera, aveva provato a metterci in guardia; sosteneva che spostarsi più facilmente (disporre di infrastrutture, in particolare le autostrade) e favorire un sistema di informazioni pervasivo e universale (allora la televisione) avrebbe imposto il consumismo quale unica religione e con ciò si sarebbe così cancellato ogni modello culturale alternativo o originale presente sino ad allora (vedi Levi Strauss). L’esperimento, pienamente riuscito, applicato su larga scala coinvolse dapprima il mondo occidentale, poi si diffuse sul pianeta. Annullare le distanze tra centro e periferia, tra città e città, tra nazioni e tra continenti si è quindi compiuto, internet ha fatto il resto gonfiando a dismisura le informazioni/nozioni senza introdurre alcun ragionamento o approfondimento. Ciò che è sopravvissuto a tutta questa barbarie è rappresentato da un’unica religione: il consumo, sfrenato e senza limiti.


Ora io non credo che improvvisamente i governi degli altri Paesi o il nostro abbiano seriamente imparato qualcosa dalla comparsa del virus e quindi si impegnino per produrre radicali e incisivi cambiamenti, penso invece che si prenda tempo per ricondurre il gregge nell’alveo del capitalismo finanziario e del consumo senza fine. Le buone intenzioni resteranno solo tali, d’altronde i più sono così abituati e assuefatti dalla droga del consumo da manifestare immediatamente i sintomi dell’astinenza tanto da urlare a gran voce il ripristino del solo ordine “consumerista” nel deserto che si è fatto intorno.

Smettere di consumare conpulsivamente, dal cibo ai generi più voluttuari, sarà un’impresa al pari di smettere di fumare o di sorseggiare un caffè, all’apparenza gesti innocui ma carichi di problemi per sé e per il pianeta.


Se le motivazioni ideologiche ispirate all’uguaglianza dei secoli passati non reggono di fronte alla febbre edonista che impesta il pianeta dagli anni ’50 del secolo scorso (negli Stati Uniti ci arrivarono poco prima) non resta che tentare la strada al contrario. La proposta di un reddito di cittadinanza universale si regge sull’assunto che i pochi multimiliardari planetari si sentono ora disposti, o comunque sono pronti, a pagare imposte al fine di operare una redistribuzione che consenta ai più di consumare almeno l’essenziale e forse anche un po’ di superfluo. Proprio come la droga, che negli anni ’70 fu usata per rendere innocua una intera generazione che mise in discussione potere e poteri, il consumismo (tra l’altro anche di droghe) ha reso definitivamente innocuo il pensiero critico e lo ha fatto frammentando all’esasperazione i bisogni fornendo a tutti “il di più” a spese della natura (mondo animale e vegetale) e del pianeta con buona pace dei poveri del mondo senza identità e propria cultura.

Per impedire la catastrofe bisogna quindi lavorare su due fronti: denaro e primato della cultura.


Se a prima vista disporre di soldi da spendere può sembrare un’ottima idea per consentire a tutti di disporre dell’essenziale per vivere, la sua realizzazione implica la negazione stessa dei problemi che affliggono ora il pianeta. Anni fa, oltre trenta, immaginavo il miliardo di cinesi (allora erano solo 1 miliardo) alle prese con il consumo di carta igienica, mi rattristavo quindi per la cancellazione di intere foreste, ora, visto l’uso planetario del più banale accessorio del bagno di casa come mi dovrei sentire? Al pari disporre del minimo per tutti implica una decisione per definire il minimo al quale ogni essere umano ha diritto senza ulteriori conseguenze per il pianeta. È altrettanto evidente che togliere la possibilità di spendere e dissipare ai pochi ricchi diviene un imperativo categorico, sono loro che fanno saltare ogni possibilità di concreta riconversione dell’attuale modello di consumo mostrando alla pletora di subumani quanto sia bello viaggiare per ogni dove su energivori jet privati o acquistare ogni ben di Dio purché inarrivabile e intoccabile dai più. Questo è in sintesi il problema.


Parlare solo di riscaldamento del pianeta senza affrontare il tema “consumo” riduce il problema e non individua la soluzione, difatti convertire il parco autovetture e altro in mezzi elettrici o a propulsione alternativa senza l’uso di combustibili fossili non rallenterà il degrado e il riscaldamento del pianeta, non a sufficienza se nel contempo il genere umano continuerà a consumare risorse per produrre beni all’infinito e oltre. Sarà solo un serpente che si morde la coda, intanto continuerà a ingrassare sino a scoppiare.

Ora invece dobbiamo fare bene i conti e farli per tutti gli abitanti del pianeta, siamo in grado di sapere in anticipo quanto consumerà il genere umano e quindi provvedere al taglio del superfluo. Il resto, a partire dalla resilienza e alla transizione ecologica, sono solo parole vuote, è solo fumo negli occhi.


Parliamo ora di strumenti culturali. Penso che un popolo, anzi tutti i popoli in tempo di globalizzazione, abbiano il diritto al sapere e al suo utilizzo, può comunque non bastare se la conoscenza si limita a nozioni o solo informazioni. In questo caso lo sviluppo di senso critico può rappresentare un antidoto che sviluppa consapevolezza, diventa centrale lo studio e la cultura quale strumenti indispensabili per la formazione del necessario senso critico dei giovani, ad esempio lo studio della storia al contrario. La crescita culturale poi si deve assolutamente accompagnare a un modello di vita che obblighi le future generazioni a vivere con e nella natura. Se il servizio militare obbligatorio era giustificato dalla necessità di disporre di un esercito di popolo a difesa delle istituzioni repubblicane contro ogni rigurgito fascista, al pari una ferma obbligatoria di conoscenza della natura durante il periodo di crescita (passaggio all’età adulta), deve fornire gli elementi concreti sulla funzione dello stato naturale del mondo animale e vegetale (l’altro oltre noi), unitamente alla conoscenza della storia e della letteratura andando a ritroso, prima con ciò che è più vicino che oggi pare lontano e nebbioso, quindi con la storia profonda. Per tutto ciò che attiene alla conoscenza scientifica il limite si rappresenta da solo: la ricerca dell’eternità attraverso la scienza di fatto è il tema filosofico centrale, ben trattato in letteratura e persino nel cinema. Dorian Gray di Oscar Wilde non invecchia e vede gli amici invecchiare e morire, nel film Zardoz (1974), di John Boorman, pochi immortali guidano un mondo senza senso in uno stato di noia perenne sino all’arrivo di Zed, un violento Sean Connery, che ama, fa figli e invecchia per poi morire, sovverte l’ordine innaturale imposto dagli immortali. L’immortale che da il via alla rivoluzione ripete dal totem: “Il fucile è il bene, il pene è il male. Il pene spara il seme, e procura nuova vita per avvelenare la Terra con la piaga dell’uomo, com’era un tempo, ma il fucile spara morte, e purifica la Terra dalla sozzura dei Bruti. Avanti... uccidete!”. Oggi questa è diventata la pietra filosofale dell’umanità, il sogno dell’immortalità e il procrastinamento della morte hanno trasformato la tragedia delle nuove infezioni in una farsa da spettacolo televisivo dove la morte per malattia è sostituita dal miracolo del vaccino scientifico: in attesa dell’elisir di lunga vita.

Chiudo, citando Cromwell, “Prego abolire tutti gli abusi di tutte le professioni, e se ce n’è una che riduca molti in povertà, per arricchire pochi: ciò non giova a una comunità”.

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