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UNA POESIA DI (PER) FRANCO LOI




Il 4 gennaio è morto Franco Loi, poeta. Nato nel 1930 da un padre genovese e da una madre emiliana arrivò a Milano a sette anni. Crebbe nel quartiere del Casoretto, tra Lambrate e via padova e di Milano rubò la lingua che nei suoi trent'anni lo avrebbe a sua volta rapito in un flusso tortuoso di versi di un dialetto mistico e brutale, inarrestabile:


«mi aggiravo per le stanze di casa e recitavo ad alta voce quanto veniva detto dal mio essere intero, preoccupandomi soltanto di ritenere a memoria per certi tratti le parole che sentivo e come le sentivo».


Nasce così I cart, nel 1973 (Edizioni Trentadue), e nel 1975 Strolegh (Einaudi) che rivela il suo straordinario talento alla critica e a chi sa leggere i segni e i suoni che salvano, uccidono, cullano e maledicono ciò che vorremmo essere e ciò che siamo. Del suo Angel, scritto nel 1981 e continuamente rielaborato (1994, Mondadori) spiegava:


«La mia idea era di raccontare la vita di un italiano medio che si muove lungo i momenti cruciali della nostra storia con la convinzione di essere un angelo. È un un testo al quale non ho mai messo la parola “fine”.»


Comunista nel dopoguerra, poeta proletario e militante ( uno degli animatori della Casa della Cultura) sviluppò in seguito una intensa spiritualità religiosa, nutrita dalla continua lettura dei Vangeli e del Cristo dei poveri, della complessità dei semplici. Ma girava sempre armato di sciabolate di sarcasmo, e di risate.


Ha scritto molto altro, anche saggi, e un anno fa, in occasione del suo novantesimo compleanno, Garzanti aveva ripubblicato il racconto Da bambino il cielo (realizzato in collaborazione con Mauro Raimondi).


E' morto a casa sua, a Milano.


Pier Vito ci ha inviato il ricordo di una bella serata, divertente, con il poeta che cantava l'Internazionale e bella ciao in coro con Roberto, Mauro e altri, dopo un pranzo a focacce e kebab in Brera, vicino all'Accademia che lo aveva insignito dell'ennesimo premio. Pier allega anche una poesia, che mi è parsa splendida.





Mariuccia,

prim tettin de la mia vita,

malius surris tra i líster di linghér,

tí d'ében,

ögg de fuín, tusetta 'ntiga,

ch'aj sfrang di verd recàmm la teneressa

là, sot un taul, cum'i gatt brasciâ,

tra i scarp di mamm e vegg che sigulava,

là, cum'un fiur azerb che me basàss,

el bel velü de grassia m'inviurava,

a mí, sò bagajett, che tra i suré

cul magher di manin la me strüsava,

e i vus che ghe cercava eren i ser...


Oh ser de via Cardano,

curt de fümàra,

buff de scighera che dai Navilli vègn,

L'Ernest ch'a sessant'ann piangeva mama,

lé, cul strigun, che ghe cingiava i denc,

lü, ciaba, cul gumista s'inciuccava,

lé, veggia, paralitega bagascia,

siga: 'n genögg!

genögg, brütta pelandra!

Fa no 'l murfina, pan a tradíment!

e gíò, daí cess, i brangogn fís'ciava:

Porca madonna, l'Ernestín del tecc!

e nünch, che cuj fiulítt, là se risiava:

El Gigi! el Gigí!

cardelàvum svelt,

e l'era 'l gnaccia, che dal carett ciamava

e mí e la Mariuccia e i mund secret...


Mariuccia, / prime tettine della mia vita, / malioso sorriso, tra le liste di ferro delle ringhiere, / tu, di ebano, / occhi di faina, bambina antica, / che alle frange sfilacciate dai verdi ricami la tenerezza / là, sotto un tavolo, come i gatti abbracciati / tra le scarpe delle mamme e delle vecchie che cipolleggiavano, / là, come un fiore acerbo che mi baciasse, / il bel velluto della sua grazia mi offriva come un viola / a me, suo ragazzetto, che tra i solai / col magro delle sue manine mi trascinava / e le voci che ci cercavano erano le sere... /


Oh sere di via Cardano, / cortili di nebbia e fumo, / folate di nebbia che viene dai Navigli, / l'Ernesto che a sessant'anni piangeva mam¬ma, / lei, col pettinaccio striglia, che gli cinghiava i denti, / lui, ciabattino, col gommi¬sta si ubriacava, / lei vecchia, paralitica bagascia, grida: / in ginocchio! / in ginocchio, brutto pelandrone! / Non far finta di non sentire, pane a tradimento! / e già dai cessi, gli eterni brontoloni sbracati fischiavano: / Porca madonna all'Ernestino della galera! / e noi, che coi ra¬gazzini là si litigava: / Il Gigi! il Gigi! / strillavamo svelti come cardellini, / e era il venditore di castagnaccia, che dal carretto chiamava / e io e la Mariuccia e i mondi segreti…



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